Il Museo dell’Aviazione di Bucarest

muzeulIl Museo Nazionale dell’Aviazione (Muzeul Aviatiei) di Bucarest, è uno di quei luoghi che nonostante la mancanza, quasi assoluta, di fondi da parte dello Stato continua a resistere.

Questo, purtroppo, è ben evidente a giudicare dal completo stato di abbandono dei velivoli parcheggiati all’esterno degli hangar. Un parco dove attrezzature, elicotteri ed aerei militari di interesse unico sembrano buttati lì in preda a ruggine e intemperie. Inoltre non vi è nessun tipo di informazione, occorre affidarsi alla rete (la propria, è uno dei pochi posti di Bucarest in cui non c’è wifi). Io ho avuto la fortuna di trovarmi in compagnia di Carlo, amico esperto in materia che ha  fornito interessanti informazioni.
antiaereacarlo E’ uno di quei luoghi, dove gli appassionati del genere possono trovare esemplari ormai unici al mondo (al pubblico).

sniperTra questi il MIG-29 (Mikoyan-Gurevich) Sniper,(nome in codice NATO Fulcrum) un vero gioiello dell’aviazione militare rumena. Cacciabombardiere di quarta generazione, è entrato in servizio operativo in URSS nel 1983, ed esportato in più di 30 paesi. I negoziati tra Romania ed Unione Sovietica ne prevedevano l’acquisto di 45 esemplari, ma di questi solo 21 hanno raggiunto il suolo rumeno, di cui i primi 4 appena qualche mese prima della rivoluzione.

mig 15Il Mig 15 (Fagot), degli anni ’50, impiegato da tutte le forze aeree appartenenti al Patto di Varsavia. Venne usato nelle ultime fasi della Guerra civile cinese, quando Mao Zedong chiese aiuti all’Unione Sovietica. L’abbattimento di un Lockheed P-38 Lightning del Kuomintang, segnò la prima vittoria di questo Mig.

In seguito ne venne fatto largo uso durante la guerra in Corea,dove per anni la partecipazione di equipaggi sovietici alla guerra di Corea fu oggetto di sospetti da parte delle forze delle Nazioni Unite, ma venne sempre smentita dall’Unione Sovietica. Con la fine della Guerra Fredda, i piloti sovietici che parteciparono al conflitto iniziarono a rivelare il loro coinvolgimento.

Gli aerei sovietici vennero dipinti con insegne nordcoreane o cinesi e i piloti indossarono uniformi della Corea del Nord o abiti civili per non svelare la loro vera nazionalità. Per le comunicazioni via radio, vennero fornite della schede con le parole di uso comune in aeronautica in coreano trascritte foneticamente e riportate in caratteri cirillici. Questi espedienti non durarono a lungo, in quanto lo stress dei combattimenti aerei portò i piloti ad usare comunemente il russo. Ai piloti sovietici venne comunque proibito di sorvolare linee aeree dove potevano essere catturati,  che avrebbe indicato un coinvolgimento della Unione Sovietica nella guerra, contrariamente a quanto dichiarato a livello ufficiale.

Negli anni ’50 i MiG-15 dell’URSS e i loro alleati del Patto di Varsavia in molte occasioni intercettarono aerei delle forze aeree NATO durante le ricognizioni nel loro territorio o vicino ad esso. Questi incidenti terminavano spesso nell’abbattimento di uno o l’altro aereo.

mig 17Ed ancora il  MiG-17(Fresco),  caccia sovietico degli anni cinquanta che trovò ampio impiego in tutte le aeronautiche del blocco socialista. Due MiG-17 ebbero il “battesimo del fuoco” il 29 luglio 1953, quando un Boeing RB-50 penetrò nello spazio aereo sovietico vicino a Vladivostok. Il Boeing fu abbattuto ed ufficialmente tutto l’equipaggio morì, ma vi furono voci che qualcuno dei piloti sopravvisse, fosse stato interrogato e poi giustiziato. I due piloti dei MiG furono decorati per l’azione.

Esso fu ampiamente esportato verso i Paesi satelliti o “clienti” degli URSS. Gli egiziani volavano con il MiG-17 durante la guerra contro inglesi, francesi ed israeliani per il canale di Suez nel 56′, contro i Dassault Mystere IV degli israeliani. Vennero usati nella Guerra dei sei giorni ed in quella del Kippur.

L’apice della carriera del MiG-17 arrivò in Estremo Oriente. Quando gli Stati Uniti iniziarono la guerra aerea contro il Vietnam del Nord, nel 1964.

L’Africa fu un altro campo di battaglia per il MiG-17, cominciando con la guerra civile nigeriana del 1969. Varie nazioni arabe erano passate al MiG-17 e così pure il governo nigeriano filo-arabo che lo utilizzò contro la regione cristiana del Biafra.

Tra gli elicotteri, oltre al Puma, è possibile ammirare un modello di  MI-8, del tipo di quello usato da Ceausescu.

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Per l’interno del museo, è bene avere un abbigliamento adeguato, è come una cella frigorifera,dentro fa più freddo che fuori.

Qui è possibile conoscere la storia di Hernri Coanda, nome che agli stranieri ricorda solo l’aeroporto di Bucarest, ma che in realtà è stato un vero pioniere dell’aviazione.

Il primo a costruire un aereo a reazione (Jet) nel 1910 e scopritore dell’effetto Coanda, ovvero la tendenza di un getto di fluido a seguire il contorno di una superficie vicina.

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L’ex prigione politica di Jilava

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A pochi chilometri fuori Bucarest si trova uno dei luoghi più temuti durante il periodo comunista: il carcere di Jilava.

Alla fine degli anni ’40, inizio anni ’50, bastava poco per finire nelle umide celle del vecchio forte, restarci per mesi, ammalarsi, morire o venire trasferiti in altri luoghi di detenzione tremendi.
Era come Auschwitz, con l’unica differenza che non uccidevano col gas
Dopo la vittoria del Partito Comunista nel 1946, tutti gli altri partiti vennero messi fuori legge inclusi i loro sostenitori, iniziarono le epurazioni e per costoro, per quelli legati al regime precedente, per militari e intellettuali si aprirono le porte di Jilava.

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Jilava era un vecchio forte costriuto nel 1894 e facente parte di una linea di difesa (18 forti, 18 batterie) che circondava Bucarest con un anello lungo 70 chilometri. Per essere meno visibili al nemico i forti erano stati interrati, tanto che il Forte n.13 di Jilava risulta 6m sotto il livello del mare. L’etimologia del nome la dice lunga žilav/jilav vuol dire umido, le celle della prigione erano sature di umidità. Ancora oggi, quando sale la falda acquifera, colma  per le piogge o lo scioglimento della neve,  Jilava si ritrova sott’acqua.

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Il  forte venne disarmato assieme agli altri alla fine della Prima guerra mondiale, ma era già “tornato utile” nel 1907, dopo la rivolta dei contadini, i primi ad essere rinchiusi in questo luogo.Diventato carcere politico (anche sotto il regime fascista del Gen. Antonescu) venne usato senza interruzione fino agli anni ’70, quando Ceausescu dichiarò al Mondo che non c’erano più prigionieri politici in Romania. Fu riaperto un’ ultima volta durante i giorni della Rivoluzione dell’89, il 21 e il 22 dicembre, quando molti manifestanti furono condotti qui dalla famigerata Securitate.

La Securitate era stata creata nel 1948 per “ proteggere le conquiste democratiche e garantire la sicurezza della Repubblica Popolare Romena contro nemici interni ed esterni”, da quel momento nessuno era stato più al sicuro

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Lo Stato doveva cancellare ogni opposizione e creare il nuovo cittadino fedele al partito. All’inizio dopo gli oppositori politici vennero arrestati industriali, possidenti, aristocratici, imprenditori, commercianti, accusati di sabotaggio se rifiutavano di cedere le proprie attività dopo la nazionalizzazione delle imprese private. Stessa cosa accadde ai contadini dopo la nazionalizzazione delle terre, tra il 1949 e il 1952; in più di 800.000 furono arrestati e 30.000 ritenuti colpevoli finirono nelle prigioni politiche sparse per il Paese. Neanche la Chiesa ortodossa era immune dal sospetto, migliaia di preti furono arrestati, assieme a studenti e professori. Tutte le istituzioni vennero ristrutturate: giuridica, servizi segreti, educazione, religione; chi non seguiva o non era d’accordo col nuovo sistema rischiava l’arresto.

E tutti passavano da Jilava. Lì potevano rimanere a scontare la pena oppure, a seconda della condanna, essere trasferiti in carceri di massima sicurezza, ai lavori forzati nelle miniere o alla costruzione del canale del Danubio.

Per indebolire lo spirito dei “nemici” del regime i “colpevoli” venivano sottoposti a ogni tipo di vessazione: bastonati, minacciati, torturati, chiusi in celle sovraffollate (meno di 1mq a persona), con le finestre chiuse da assi di legno, con un secchio come gabinetto che veniva svuotato solo una volta al giorno e che dovevano usare in pubblico. Per dormire chi era fortunato aveva un letto (a castello) senza materasso o coperte, gli altri si sdraiavano sul pavimento e, dato l’affollamento, quando volevano cambiare posizione dovevano girarsi tutti assieme. Molti si ammalavano e li trovavano morti la mattina. Per bere e lavarsi avevano una tazza d’acqua al giorno, senza sapone e asciugamano, e venivano nutriti con minestre.

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A Jilava ci sono anche le celle di isolamento (izolare) e le due spaventose “celle nere”. Due antri, caverne vere e proprie, con il pavimento in terra battuta. Qui stavano al buio completo, non sapevano neanche chi fossero i loro compagni, tutti vicini perché non sapevano come fosse e quanto grande fosse il posto dove erano rinchiusi, spesso ammanettati dietro la schiena, coi vestiti che si sfaldavano addosso.

Dal 1945 al 1989 più di 2.000.000 di persone furono perseguitate politicamente, 600.000 furono arestate e condannate, 200.000 vennero deportate. Gli anni del terrore furono dal 1948 al ’53, e dal 1958 al ’60; gli anni in cui era al potere tovarasul Gheorghe Gheorghiu Dej. Nessuno direttore di carcere e nessun torturatore è mai stato condannato.

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Oggi il vecchio forte, ex prigione politica, si trova all’interno della struttura carceraria di Jilava. Nell’edificio costruito negli anni ’70 ci sono detenuti comuni, alcuni in regime di semi libertà. Purtroppo per questo motivo non è un luogo visitabile dal pubblico. Facendo la guida ho un canale preferenziale ed è da anni che riesco a portare piccoli gruppi a visitare Jilava. Dovrebbero farne un museo!

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Lipscani

652x450_020919-lipscani23Bucarest cosmopolita, Bucarest superficiale, Bucarest corrotta, veloce, audace, demolita, ricostruita, cadente, polverosa, moderna, e ancora tanti altri aggettivi, tutti veritieri. Spesso chi ci abita si trova a discutere dei molti aspetti di questa città. Si discute sullo stile di vita, sul sistema fiscale (di gran lunga più vantaggioso di quello italiano), sul colore dell’acqua che esce dai rubinetti, sulle possibilità che offre o non offre, e i punti di vista possono essere molto differenti. Ma su una cosa ci si trova tutti d’accordo, quando alla sera si decide di andare a Lipscani, un luogo che placa ogni controversia.Si tratta del centro storico della città, dove intorno alle mura dell’antica corte principesca fatta erigere da Vlad Tepes, si sviluppa un’isola pedonale che non conosce tregua.

Il nome Lipscani viene dato nel 1750, perchè molti dei mercanti venivano da Lipsia a vendere tessuti ed altri prodotti, creando un fulcro commerciale ed artigianale. Ancora oggi le strade portano il nome dei negozi che le caratterizzavano : Blanari (dei pellicciai), Selari (dei sellai), Gabroveni (dei fabbricanti di coltelli), Sepcari (cappellai), Zarafi (dei cambiavalute), Postei (delle Poste).

2012-04-10-hanul-lui-manucQuattro locande (Hanul), ancora esistenti, ospitavano i viandanti, ma di queste solo una ha conservato l’aspetto originario di caravanserraglio, si tratta di Hanul Manuc , con una grande corte che serviva ad ospitare i cavalli con le stanze numerate “a ringhiera”. All’interno si trovano ora un ristorante libanese e Starbucks.

Negli anni del comunismo Lipscani ha subito un forte degrado, nei piani urbanistici del Conducator c’era la demolizione del quartiere in favore delle solite grosse colate di cemento, ma fortunatamente non ne ha avuto il tempo. Pur continuando ad esserci esercizi e magazzini (vuoti), il genere che più andava era la categoria Consignatia, una specie di Banco dei Pegni. Questo tipo di bottega costituiva l’unica possibilità di comprare (previa coda di ore) merce proveniente dall’occidente come jeans, scarpe e cosmetici. Era consuetudine, ricevere, per chi aveva parenti all’estero, i celeberrimi pachete di roba occidentale. Quello che non interessava al destinatario veniva appunto offerto al mercato con questo sistema.Oggi, in questa area, all’alternarsi dei soliti brand di cui l’Europa è piena, continuano ad esserci piccoli negozi antiquari,di souvenir, di abiti da sposa, calzature,ecc. Ma lo shopping non è il motivo per passeggiare a Lipscani.

Qui si viene a respirare il buonumore! Le strade che  si intersecano sono  piene di gente e di locali, e ce n’è per tutti i gusti.

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Dal Caru cu Bere (il ristorante più antico , si deve provare lo stinco), alla pizza più buona di Bucarest, Il Peccato. Dal turco Divan (che offre danza del ventre mentre si cena), al greco Meze per ascoltare il bouzouki.

E ancora pub irlandesi, ristoranti tipici rumeni, sushi,  la Cremeria Emilia (un ottimo gelato al pistacchio), per terminare con i Covrigi (Bretzel) e Gogoasi (pizza fritta), il tipico cibo “da strada”.

lip by nightE la notte? Appena passata la mezzanotte inizia la Lipscani by night. I locali si trasformano in discoteche, e la gente si moltiplica. Vi è l’imbarazzo della scelta, e se si considera che non esiste il biglietto di ingresso, si pagano solo i cocktail (media 5 euro), si fa allora il classico tour che termina alle luci dell’alba.

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Si scende nei  seminterrati come il Beluga, si sale con l’ascensore come al Nomad Sky Bar, o si attraversa  il Pasajul  Macca-Villacrosse (galleria tra due palazzi con tetto in vetro, per avventori di narghilè).

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Insomma, è uno scenario che lascia piacevolmente frastornati e che nessuno si aspetta di trovare a Bucarest, nella “triste Romania”, una Romania che in questo momento storico di crisi per il resto d’Europa, sta andando controcorrente e sta crescendo…

E’questo il motivo per cui dico che fare un giro qui serve al buonumore, è bello vedere  nuove  attività commerciali  che aprono, quando torno in Italia vedo locali che chiudono….

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Un caffè…dai nonni.

Il caffè è sempre un piacere. Per fare due chiacchiere oppure per starsene da soli ad osservare la gente, anche questo è un modo per capire il luogo in cui ci si trova.
Bucarest offre una serie interminabile di caffetterie. Tralascio volutamente il gigante americano che detiene il primato della brodaglia servita alla temperatura di fusione del piombo, e versata in bidoni di carta…Ma che tanto piace ai ragazzi rumeni, come del resto a quelli italiani tanto da essere una delle prime cose che cercano quando vanno all’estero, insieme all’Hard Rock Cafè….

Ogni caffetteria qui ha una sua particolarità, può avere uno stile tutto italiano,come Pascucci, se si ha voglia di vero “vetrino”, scandinavo come Frudisiac,dove si sta tutti intorno  ad  un  grande  tavolo , o  immersi  tra  gli  alberi,  come succede  nel  giardino  dell’ Eden(una foresta). Ma tutti in comune hanno una cosa:ci si siede, per forza! Il concetto del caffè veloce e del bancone lo dobbiamo lasciare in Italia. E’questo il motivo per cui potrebbe inizialmente sembrare caro, visto che può arrivare a costare fino a due euro, (molto se si considera che per un pranzo si spende poco più del doppio, se si opta per il menù del giorno, meniul zilei). Ma se si considera che viene servito al tavolo…scappa anche la mancia.

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Tra tutti, uno dei più suggestivi è il Camera Din Fata, che letteralmente significa “camera anteriore”, ovvero il soggiorno. E’ un ambiente davvero particolare e d’altri tempi.
Si trova in prossimità della Piazza Amzei, una delle piazze più nevralgiche della città. Qui c’è il mercato, della frutta e dei fiori, le poste, una serie di ristoranti e bistrot, pasticceria francese, salumeria catalana, angolo pizza (che non manca mai),farmacie naturiste, supermercati ed altri negozi.
Intorno molti dei palazzi più belli e che raccontano la storia di chi li abitava, come quello di Mita Biciclista, nome dato all’eccentrica Maria Mihăescu, l’unica donna che agli inizi del ‘900 andava in bicicletta, andava al mare in bikini, guidava una coupè, insomma un’anticonformista, in realtà pare facesse anche dell’altro, una vera cortigiana.
Il proprietario della caffetteria ha voluto ricreare l’ambiente in cui era solito vedere i suoi nonni quando lui era bambino. Ovvero il soggiorno in cui il nonno leggeva il giornale e la nonna faceva l’uncinetto, con sul tavolo la fumante tazza di tè o caffè.

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Quindi, mobili d’altri tempi, l’appendiabiti vintage a parete con il portaombrelli, tavoli con alla base vecchie Singer, centrini realizzati all’uncinetto, vecchie foto. Veramente un luogo caldo ed accogliente, dove oltre ad una vasta serie di tè e caffè, vengono proposti dolci semplici, e fatti in casa.Torte di mele o al cioccolato, i classici dolci che facevano le nonne.

tortaAltro dettaglio carino, il menù, stampato come un giornale e messo lì, sul tavolo.
Insomma tutto riporta indietro nel tempo, un tempo non tanto lontano per quelli della mia generazione.
Prima di andarsene è bene fare una visita alla toilette, nulla è stato lasciato al caso, la tavoletta è nera, come quelle di una volta, non se ne vedono più così da almeno trent’ anni.

Il fenomeno Cărturești

Definire Cărturești  una libreria è riduttivo. E’un concept store, uno spazio di ritrovo, uno di quei luoghi in cui si alternano eventi culturali, work shop, proiezioni cinematografiche,ecc.

cart entrataSituata sul Bulevardul Magheru, si trova all’interno di una bella villa di fine epoca, con un suggestivo giardino sul retro adibito a caffetteria-ristorante, molto frequentato nei periodi estivi.(Gradina Verona).
Rinunciando alle vetrine, ha mantenuto invariato l’aspetto di casa signorile, con parte degli arredi originali, come stufe in ceramica, camini, specchi, stucchi e decori .Gli spazi espositivi si trovano nelle stanze.
Quattro piani senza ascensore. Accanto agli scaffali di libri, ci si può dilettare a curiosare tra una serie infinita di oggetti molto originali , high tech e accessori.cart foto int

Uno spazio è interamente dedicato ai tè, con annessi e connessi. La mansarda è adibita ad area di interesse per bambini (libri, giochi, cartoleria), corredata di una sala in cui si organizzano per loro corsi di pittura ed arte in genere.

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Nel sotterraneo si trova il caffè Verona, più in uso nei mesi invernali, chiamato così perchè si affaccia sulla piazza dedicata all’omonimo pittore del ‘900.Questa casa costruita nel 1883, era l’abitazione di Dimitrie Sturdza, ministro degli esteri e Primo ministro rumeno, pare avesse egli stesso una biblioteca molto fornita nella sua abitazione. Nel ’44 ha ospitato la libreria Hasefer, seguita poi da un antiquario che comunque continuava ad occuparsi di libri (sembra che appena dopo la guerra molti venissero qui a venderli per sostenersi).
Nazionalizzata nel periodo del regime, è tornata di proprietà della famiglia Sturdza nel 2000.
Una storia interessante del passato, ma ve ne è un’altra che lo è ancor di più e che si svolge nel presente. Una di quelle storie in cui il protagonista prova ad andare controcorrente e che termina con un lieto fine.
Şerban Sturdza, di professione architetto, dal momento in cui si trova ad essere il legittimo proprietario, inizia a ricevere molte offerte, dalle onnipresenti banche, ma soprattutto dagli investitori immobiliari. Una posizione così, in una delle arterie principali della città, è come il canto delle sirene per gli speculatori edilizi.
Ma il destino della casa era quello di continuare ad ospitare libri. L’architetto è riuscito a fare di un vechituri un affare di successo. Sensibile alle numerose campagne in cui si invitava a non demolire le vecchie abitazioni di Bucarest, opta per la creazione di un centro catalizzatore della vita culturale cittadina in un ambiente familiare, privo di effetti speciali. Due giovani rumeni credono in questo progetto, Nicoleta Dumitru e Șerban Radu. Nasce così la prima Carturesti nel 2003. Seguita poi da altre, 16 in tutta la Romania.L’ultima di queste, Carturesti Carusel, inaugurata nel 2015, a Lipscani, in un palazzo in pieno centro storico. Anche qui, la storia è simile.

carusel fuori carusel dentroAppartenente all’antica famiglia di banchieri Chrissoveloni, è stato nazionalizzato e trasformato in Magazzini Familia nei tempi bui comunisti. Riscattato dopo 24 anni di cause dai legittimi eredi, ora ospita in quattro piani oltre ai libri, uno spazio multimediale, una galleria dedicata all’arte contemporanea e un delizioso bistrot che guarda dall’alto. Şerban Radu e Nicoleta Dumitru, hanno al momento un giro di affari che supera gli 11 milioni di euro e sono tra i 100 cool brands di Forbes…bello poter dire ogni tanto: “la cultura non ha prezzo”!

Il Dianei 4, ultima fermata verso la libertà.

 

dianei fuoriIl Dianei 4, nell’omonima via, è uno dei locali di maggiore tendenza di Bucarest, uno di quei luoghi alternativi che alla sera si riempiono di giovani che vengono a bere birra (artigianale), gustare cibo ( rigorosamente organico) e ad ascoltare musica

bar-dianei-4La location è molto particolare, si tratta di una casa degli anni ’20, rimasta così com’era, nessun opera di recupero è stata fatta, se non quella di cercare di riportare alla luce quello che la barbarie comunista aveva coperto. Le mura sono scrostate, ma in alcuni punti è possibile ammirare quelli che erano gli affreschi di un tempo.

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Una vecchia stufa dell’epoca dà un’aspetto familiare a questa casa che di primo acchito sembra “stregata”. Il giardino, la terrazza, la rastrelliera per le bici, invece danno un tocco nostalgico urbano

ialAppartenuta nel periodo interbellico ad un certo Eugene Fenster, di cui non si sa nulla, la casa è stata nazionalizzata nel 1950, e ne conserva ancora la piastrella con la scritta IAL.

Nel 2007, dopo una lunga causa è tornata in possesso degli eredi legittimi, che ormai trasferitisi in Francia hanno preferito venderla all’attuale proprietario.
Ma quello che pochi sanno è che in questa abitazione, oltre ad essersi alternate molte famiglie coabitanti, è stata una di quelle case di “passaggio” servite a Ceausescu per uno dei suoi maggiori business: la vendita degli ebrei.
Ancora i vicini ricordano il viavai di persone con la valigia che stazionavano in questa villetta per qualche giorno, per poi proseguire verso Israele.
A partire dal 1965 il Conducator ha iniziato un contabilizzato commercio estero con questo paese , che senza immigrazione non sarebbe sopravvissuto, con lo scopo primario di procurarsi valuta straniera.
Esisteva un vero e proprio tariffario, da 1500 dollari per un operaio fino a 30 mila per un laureato.L’istruzione fornita aveva un costo. In 25 anni ha intascato circa 124 milioni di dollari.
Del resto, come egli stesso ha ammesso:”Il petrolio, gli ebrei e gli șvabi (svevi del Danubio, anche per loro lo stesso commercio, ma in forma ridotta) sono le merci più ricercate da esportazione“.

A spasso nel tempo al Parco Herastrau

herastrauHerastrau è il parco più grande di Bucarest, 110 ettari di superficie con un enorme lago al centro. Non è solo il polmone della città, in cui si viene per immergersi nella natura e fare sana attività sportiva o assistere a belle manifestazioni. Qui si incontrano e si osservano le persone, le generazioni che si susseguono in un paese a cui è stata data la democrazia ma senza manuale d’uso…
Qui ogni angolo racconta una trasformazione, un passato e un presente, a volte imposto con forza.
A mio avviso il modo migliore di visitarlo è farlo in bicicletta, il periplo è del lago è di circa 5 km…
Il viale delle Cariatidi, i busti dei poeti, le panchine liberty e i numerosi roseti, ne danno una visione romantica, ricordano come poteva essere nel periodo in cui è stato costruito, ovvero alla fine degli anni ’30.Anni in cui esisteva una monarchia e si guardava alla Francia come modello culturale e aristocratico.

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Ma su tutto il lago domina l’inquietante presenza del Presei Libere, edificio di tipico classicismo comunista, ex sede dell’organo di stampa, e davanti al quale una volta era ubicata la statua di Lenin. La sua architettura ricorda le “sette sorelle”di Mosca, sette palazzi voluti da Stalin (tra i quali l’Università Lomonosov e l’Hotel Ucraina). Fino al 2007 era il più alto della città, ed era visibile da ogni angolo….il Grande Fratello vi guarda!presei Ma, sempre per la legge dei contrasti, onnipresente in questa nazione, di fianco  spiccano le due”torri gemelle” del City Gate, sede di grandi multinazionali, insomma un inno al capitalismo.

Costeggiando il lago si incontrano numerosi ristoranti alla moda, e sicuramente poco abbordabili per la maggior parte dei cittadini, in cui è possibile spendere fino a 500 euro per una bottiglia di Amarone. Non ho nulla in contrario ai pregiati vini italiani, ma trovo che per quella cifra si abbia diritto, come minimo ad avere un sommelier che indichi il quantitativo esatto di pioggia di quell’annata espresso in millimetri…cosa che non accade. Le nuove generazioni amano spendere, non importa per cosa, basta stupire!
Per fortuna vi sono altre tipologie di ristoranti (ad esempio il Complex Herastrau), dai prezzi modici, in cui è possibile pasteggiare e un bicchiere di vino rumeno ( ve ne sono di eccellenti) è d’obbligo quando ci si trova in una terrazza su uno specchio d’acqua. E così,dopo, è anche giustificata la”pennichella” che vale la pena concedersi sotto i salici, la pace dei sensi.
Continuando il giro, si incontrano una serie di giochi per bambini, skatepark,appositi spazi per cani, attrezzature da fitness, tutto in perfetto stato,e non solo perchè telecamere e security sono dappertutto, ma perchè il concetto di “bene comune”, e da occidentale mi dispiace dirlo, è meglio radicato nei paesi comunisti…
Superato il Diplomatic Golf Club si affianca un vero e proprio gioiello, il Satului (del villaggio), un museo etnografico all’aperto, in cui 270 costruzioni mostrano la tipologia di abitazioni antiche delle varie regioni rumene.
Accanto a questo, ma poco visibile a causa della fitta vegetazione, il Palatul Elisabeta, attuale residenza della famiglia reale, la Romania ha ancora un re, Michele, unico sovrano europeo ancora in vita che da regnante ha affrontato la II Guerra Mondiale.
Altro luogo di interesse, vicino all’Hard Rock Cafè, è il Padiglione H, un’enorme struttura che fino a pochi anni fa ospitava un grande mercato popolare e oggi è la Beraria H, la birreria  più grande dell’est europa, ha 5000 posti a sedere.
Questa è la zona in cui l’olfatto viene maggiormente stuzzicato, ci sono molti baracchini che offrono carnati (salsicce), porumb (granturco, sapore d’altri tempi) e kürtőskalács (dolce tipico ungherese, una specie di grande cannolo vuoto, cotto sulla brace, una delizia).

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Due ponti collegano all’isola Trandafilor(delle rose), in cui si trova la Ronda dei Padri Fondatori dell’Europa, dodici enormi teste di bronzo che rappresentano l’agognata meta di entrare a farne parte.

 

MJDopo il teatro all’aperto si passa per la Aleea Michael Jackson, che fa un po’ sorridere, perchè dedicargli una strada?In realtà, il “Dangerous Live in Bucharest” del 1992 ha segnato l’inizio di un’epoca per molti giovani, è stato il primo mega concerto pop occidentale a due anni dalla caduta del regime, un regime che era solito imporre solo parate militari.
Peccato che a questo avvenimento è legato un aneddoto poco carino, pare che il cantante appena uscito sul palco abbia esclamato:”Hi, Budapest”!

Il bello e il brutto di Bucarest

La prima volta che ci si trova a percorrere le strade di questa città, la sensazione è uguale per tutti.Ha 2.000.000 di abitanti con tutto ciò che ne consegue.E’divisa in 6 settori,a spicchi, ognuno amministrato dal proprio sindaco(Primar Sectorul), e sui quali governa il Primar General.Le strade più larghe ed alberate prendono il nome di Bulevard. L’influenza francese del XIX secolo ha condizionato anche la terminologia urbana (sosea,splaiul e trotuar).Il traffico è intenso, spesso dovuto a santier(cantieri, altro francesismo), ma non paralizzante. Ci sono molti parchi urbani.
E fin qui rientra nei canoni di molte capitali europee.
Quello che colpisce è l’architettura, gli stili diversi tra loro creano all’inizio un certo sbandamento nei visitatori “oltre cortina”, che però si trovano subito rassicurati quando vedono i vari Starbuck, H&M e MacDonals…
Ci sono raffinati palazzi fin de siècle in perfetto stile francese haussmaniano affiancati da grattacieli a specchi.

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Ma accanto a questi si trovano gli enormi bloc di stampo comunista, di cui ogni volta mi chiedo se le riunioni di condominio le fanno al Dinamo Stadio…

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E poi belle ville ristrutturate o cadenti,di cui molte in stile Brancoveanu, un misto di espressioni bizantine mescolate al rinascimento italiano. Tra queste tipologie di edifici ogni tanto spuntano veri e propri “abituri”.Tutti quelli che sono venuti a trovarmi hanno fatto la stessa riflessione:”Non sarebbe male se non ci fossero queste brutture…”
Brutture! Occorre riflettere sulla bruttezza, quando una cosa è brutta? Quando è il contrario di bello, come usavano fare gli ellenici?
Sono proprio questi “mostri” che ci raccontano la parte più tragica della storia di questo paese. Per noi occidentali il concetto di casa “nazionalizzata”non è affatto conosciuto.

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Ma nei duri anni del regime molto sovente si assisteva a questo fenomeno.Una casa, che aveva un legittimo proprietario, da un giorno all’altro diventava proprietà dello Stato.Veniva affissa esternamente una mattonella con la sigla I.A.L. e da quel momento l’entità statale poteva farne quello che voleva. Nei casi più fortunati l’ex proprietario poteva continuare a viverci, ma relegato in una stanza coi suoi familiari, il resto della casa veniva occupato da altre famiglie con cui era obbligato a dividere i servizi. Altro che home sweet home, nostro pensiero comune della sera….ial

A volte, se il malcapitato era un intellettuale, per umiliarlo,veniva costretto a coabitare con gente della peggior specie.
Questa situazione è ben resa nella scena del Dottor Zivago, quando il protagonista rientra a nella sua bella abitazione di Mosca e la trova invasa da decine di altre famiglie.
Dopo la caduta del regime, tutti gli ex proprietari(o eredi) hanno fatto cause per riprendersi l’abitato, ma si tratta di azioni legali spesso lunghe, e molte di queste sono ancora in atto, motivo per cui queste case vivono in totale abbandono.
I tempi sono talmente biblici che i possessori a volte optano per la vendita del “diritto di causa” a terzi che, in cambio di denaro,portano avanti la diatriba e un giorno potranno riscattare il bene.

bloc E che dire degli enormi bloc comunisti, quelli costruiti dal Conducator che in cuor suo aveva il mito di Pyongyang? Quelli che hanno ospitato migliaia di persone sradicate dalle campagne e dai villaggi e costretti a vivere in questi agglomerati urbani? Era molto più semplice spostare e destabilizzare popolazioni intere piuttosto che costruire reti fognarie ed elettriche fuori città.Riflettendo su queste poche nozioni, si può ancora parlare di brutture? Non si può non chiudere gli occhi e provare ad immaginare le sofferenze che hanno visto vivere quelle mura….Ecco che il brutto viene “riabilitato”ad interessante, ed in fondo l’interessante,a differenza del bello, è come per le persone, non smette mai di incuriosire!!!