Il museo del Kitsch di Bucarest

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“Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare…”, è questo che deve aver pensato Cristian Lica tanto da essere spinto ad aprire il Museo del Kitsch in Strada Covaci, nel cuore di Bucarest.
Per venti anni ha raccolto oggetti di dubbio gusto in giro per la Romania ed ora sono lì a raccontarci un pezzo di storia e di folklore di questa terra.
Ad iniziare con la paccottiglia di Dracula, un vero business per i commercianti, visto che dall’altro lato i turisti continuano (ahimè) a farne incetta…
Segue il kitsch religioso, dove a vedere un tappeto con l’immagine dell’ultima cena, o un crocifisso a led ci si chiede se Umberto Eco sarebbe stato ancora capace di definire queste cose “opere d’arte riuscite male” .

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Il kitsch comunista, con una serie di oggetti sulla propaganda, slogan, testate giornalistiche e altra roba con cui il popolo rumeno ha dovuto convivere per anni, motivo per cui ai locali viene simpaticamente offerta una riduzione sul biglietto.
Animali impagliati ed altri articoli di arredamento che fanno sorridere, qualcuno di essi era anche nelle nostre case, ora con generosità li chiamiamo “vintage”, ma a dire il vero erano brutti anche allora.

 

 

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Il Kitsch zingaro, con le loro ostentazioni, i loro palazzi, che qui si chiamano Kastellos, i cui tetti ricordano le pagode, e dove dentro si può trovare di tutto, dalle maniglie d’oro alle belve feroci in gabbia.
Ma la genialità di Cristian Lica è stata voler scherzare e mostrare ai turisti ( molti giornali stranieri hanno parlato di questo museo) un aspetto della Romania, che davvero fa sorridere. Ogni paese ha una sua tipologia di genere umano le cui caratterizzazioni hanno fatto la fortuna di molti personaggi televisivi.

 

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Regalo di nozze!

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Festeggiamento di un battesimo, arriva la limousine con a bordo la bambina e le madrine.

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Quella rumena è data da Pițipoanca  e Cocalar. Ma chi sono?
piti (2)La  Pițipoanca è facilmente riconoscibile dalle ciglia finte, la cui lunghezza provoca un vero spostamento d’aria, dall’abbigliamento molto appariscente e dall’altezza dei trampoli. La foggia è sempre la stessa, sul ghiaccio in inverno e in piscina d’estate. Si può avvistare ovunque, il suo habitat naturale è la discoteca, ma di solito caccia anche in territori aperti. E’ possibile avvistarla in branchi, nelle toilette dei club, il trucco, di vitale importanza per la sopravvivenza della specie, richiede un impegno costante. Ama farsi fotografare, e se non lo fanno gli altri lo fa da sè, immortalandosi in selfie che poi mette in rete e che dopo una serie di giri è facile che vadano a finire…nel museo del Kitsch!
cocalar (2)Compagno ideale della Pițipoanca  è il Cocalar. Facilmente riconoscibile dalla macchina e dalla pancia, entrambe di grossa cilindrata. Il cocalar ha sempre con sè ingenti somme di danaro, solitamente contanti e voluminosi, che ama mostrare e sventolare.
Camicia semi aperta, collana ed occhiali scuri, tutto rigorosamente griffato.
Avanza solitamente a ritmo di Manele, genere di musica melodica (bandito dagli intellettuali) che ha come rappresentante Florin Salam.
Al pari di un lama peruviano ama sputare, sementi o materiale organico…motivo per cui è bene se capita di incontrarne uno, tenersene ad una distanza di sicurezza.
Ecco un video molto esplicativo su come diventare uno di loro.
Ovviamente abbiamo scherzato nel presentarli così, ogni paese ha la sua “fauna locale”!
La visita termina con una sequenza fotografica che appare su uno schermo, dove l’ideatore del museo si è divertito a mostrare una serie di situazioni e personaggi, in cui il kitsch diventa vero e proprio trash. Immagini per nulla estranee per chi vive da queste parti.

Termino con queste due foto, si tratta di automobili moldave, e non rumene, per sottolineare ancora una volta che il cattivo gusto è in agguato anche oltre confine.

La prima è completamente ricoperta di strass, l’altra è una limousine (Chrysler pt Cruiser) spesso usata per i matrimoni. What else?

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Chi fosse interessato a visite guidate di Bucarest o della Romania può contattare Ursula.

Il Palazzo Mogosoaia e la sua illustre “inquilina”.

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E’ primavera, la natura si risveglia e ricominciano le gite fuori porta.

Uno dei luoghi più amati, ad appena dieci km da Bucarest è il Parco Mogosaia, dove paesaggio e storia armoniosamente si combinano. Un vero paradiso per i bambini, con divertimenti e casette sugli alberi. Caffetterie, ristoranti e enormi aree destinate ai picnic. Mi piace sottolineare che “la gratar” (la grigliata) è uno dei passatempi preferiti delle famiglie rumene. E non solo di queste, visto che il PICNIC-IT è ormai diventato un appuntamento annuale in cui, sotto la regia di Ezio, il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura, la comunità italiana ama riunirsi per trascorrervi una piacevole giornata sull’erba.

Ma, divertimenti a parte, all’interno di questo splendido parco, si trova il Palazzo Reale, una meta da non perdere.

Fatto costruire agli inizi del ‘700 dal principe di Valacchia, Constantin Brancoveanu, che ha dato origine all’omonimo stile, spesso riproposto in chiese e monasteri, dove gli elementi di architettura islamica e quelli di arte barocca si fondono insieme.

 

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Ma il vero fascino di questo palazzo non è nella sontuosità, di cui, dopo una serie di vicissitudini storiche ne è del tutto privo, ma nella storia della sua più celebre inquilina, Marthe Bibesco.

Questo nome oggi a molti di noi non dice nulla, eppure si tratta di una delle donne più famose e fotografate d’Europa del secolo scorso. Forse, per gli appassionati della letteratura francese il nome Lucile Decaux, pseudonimo dietro il quale si celava, potrebbe risultare più familiare.

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Marthe era bella, ricca, affascinante e colta. I suoi scritti, a soli 22 anni le hanno fatto guadagnare riconoscimenti dall’Académie Francaise. Proust li lodò in termini entusiastici. Era la regina incontrastata dei migliori salotti parigini, come il fauburg Saint-Germain, nel quale frequentava, oltre allo stesso Proust, Paul Morand, Valery, George Bernard Shaw, ed altri letterati del tempo. Ma chi era? Era una principessa, ma una principessa triste.

Nasce nel 1886 a Bucarest come Marthe Lucile Lahovari, in una delle famiglie più aristocratiche rumene. Suoi padre, ministro degli Esteri e, spesso in Francia, fa si che i suoi figli crescano in questo paese, motivo per cui solo all’età di 11 anni inizia a parlare la lingua rumena.

marthe sposaA 16 sposa il principe George Valentin Bibesco, diplomatico, aviatore e presidente della Federazione Aeronautica, un matrimonio infelice. Lei stessa in seguito scriverà :”Dare una vergine ad un uomo è come mettere uno Stradivari in mano ad una scimmia”.Nel 1905 suo marito viene nominato da Carol I per una missione diplomatica presso lo Scià di Persia, Mozaffar al-Din. Marthe lo accompagna. A Yalta incontra Maxim Gorky, lì in esilio. Annota le sue impressioni di viaggio e poco dopo pubblica quel bellissimo affresco che è gli “Otto paradisi” (Edizioni Sellerio), un vero gioiello per chi ama la letteratura di viaggi.

Seguiranno molti altri scritti, tra cui Il Pappagallo verde, Al ballo con Proust, Katia ( la storia di Ekaterina Dolgorukova, moglie morganatica dello zar Alessandro II e portata sullo schermo da una giovanissima Romy Schneider).

E poi quello che secondo me è il più bello di tutti “Izvor, il paese dei salici”, uno studio antropologico sull’anima dei contadini rumeni.

Mi sono divertita a cercare sue notizie su Gallica, l’emeroteca francese ed ho trovato molti articoli curiosi sui rotocalchi dell’epoca. Come si vestiva per andare a teatro, gli eventi che organizzava, la sua brillante vita sociale. Fu l’unica “francese” che oltrepassò la Porta di Brandeburgo seduta accanto a Guglielmo di Prussia (diritto riservato solo alla famiglia reale), e oltretutto lo fece nel difficile periodo in cui l’equilibrio tra Francia e Germania era precario a causa della questione dell’Alsazia-Lorena.

Assidua frequentatrice dell’Orient Express, aveva viaggiato negli Usa. Mircea Eliade l’aveva definita, con ragione, “un’europea del futuro”.

marthe anni 20Apparentemente una vita invidiabile, ma la realtà era assai diversa. Tutta la sua esistenza fu accompagnata da grandi dolori.

Ricevette in dono dal marito fedifrago il Palazzo di Mogosaia, ed in questo lei investì tutti i suoi averi, diventando il luogo in cui amava ritirarsi per circondarsi dei suoi più cari amici. Marcel Proust, Winston Churchill, Charles De Gaulle, Alfonso XIII di Spagna, sono solo alcuni dei celebri personaggi che vi hanno soggiornato.

Una serie di amori infelici, come quello per l’attachè militare Christopher Birdwood Thomson, morto nel dirigibile R101, disastro ben raccontato nel brano degli Iron Maiden, Empire of the Cloud (una canzone che dura ben 18 minuti).

E poi il comunismo, che la costringe ad abbandonare per sempre la sua amata residenza (requisita dallo Stato), trasferirsi in Francia, e ad allontanarsi per molti anni dalla sua unica figlia Valentine, catturata e messa in carcere col marito Dimitrie Ghika. Potrà riabbracciarli solo nel 1956, all’aeroporto di Londra, grazie all’intervento di Bulganin, premier dell’Unione Sovietica.

Marthe è costretta a lavorare per vivere, e fa quello che le riesce meglio. Collabora con molte riviste di moda, come Vogue, Marie Claire e continua la  produzione letteraria, che si concluderà con la sua ultima opera, La Ninfa Europa, dove racconta la storia della sua famiglia.

Muore a Parigi, nel 1973, all’età di 82 anni.

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Marthe Bibesco nel ritratto di Giovanni Boldini

Arte contemporanea in Romania

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Şerban Savu, Weekend 2 , 2007

Qualche giorno fa mi è capitato di conoscere Sandro Naglia , direttore d’orchestra e tenore, in Romania per un concerto. Pur essendo nato a Potenza e vivendo da anni in Veneto,è cresciuto nella mia cara Pescara. Complice la comune “abruzzesità”, l’indomani decidiamo di fare insieme un giro della città, puntando su quei luoghi che escono fuori dai soliti itinerari turistici.E così, nell’atmosfera berlinese di uno dei miei ristoranti preferiti di Bucarest(l’Alt Shift), di fronte alla parete raffigurante il fraterno bacio di Breznev e Honecker, Sandro mi racconta della sua grande passione per l’arte contemporanea e della sua collaborazione con il sito Collezione da Tiffany.

Non l’ho mai fatto prima, ma dopo aver letto il suo interessante resoconto di una giornata dedicata totalmente all’arte rumena contemporanea, ho deciso di riportarlo per intero.

Buona lettura!

Una gita a… Bucarest: arte contemporanea in Romania.

Dite la verità: cosa conoscete di arte contemporanea romena? Credo che i primi nomi che vengano in mente nel rispondere a questa domanda, per motivi quasi opposti e includendo involontariamente in un arco temporale tutto il Novecento, siano quelli di Constantin Brâncuşi e di Adrian Ghenie. Il primo (1876-1957) è stato uno dei più grandi scultori del XX secolo; il secondo (n. 1977) è uno dei giovani pittori contemporanei attualmente più in crescita nel mercato dell’arte: dopo aver stabilito nel febbraio 2016 in un’asta londinese di Sotheby’s il record assoluto per un dipinto di artista romeno, con I girasoli del 1937 battuto a 2,6 milioni di sterline (hammer price), ha poi surclassato il proprio record nell’ottobre successivo, sempre a Londra, con Nickelodeon venduto a 6,2 milioni di sterline da Christie’s.

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Adrian Ghenie, Nickelodeon, 2008

Tra questi due nomi in verità non molto è passato nella storia dell’arte romena, almeno quanto a visibilità internazionale, anche a causa delle note vicende politiche della nazione; si possono citare i nomi di Victor Brauner (1903-1966), Daniel Spoerri (1930) e Ana Lupas (1940), oggetto — quest’ultima — di riscoperta in questi recentissimi anni: ultimamente la Tate Modern ha acquisito ed esposto una sua installazione, The solemn process (realizzata in tre diverse fasi tra il 1964 e il 2008), e la Lupas è presente anche nella mostra in corso al Museion di Bolzano The force of photography. Ghenie a sua volta è la punta di diamante di una generazione di giovani artisti romeni che vede protagonisti, a livello internazionale, anche Victor Man (1974) e Mircea Cantor (1977), il primo con la sua pittura dai colori scuri piena di reminiscenze iconografiche, il secondo con la sua rivisitazione poetica della pratica del ready-made.

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Mircea Cantor, Rosace, 2007

Con la mia curiosità per la produzione artistica dei paesi poco sotto i riflettori, e approfittando di un soggiorno a Bucarest (ospitato, in maniera squisita, dall’Istituto Italiano di Cultura), decido di approfondire il panorama dell’arte contemporanea in Romania con la visita a un museo e a qualche galleria “di tendenza”. Il museo è ovviamente il Museo Nazionale di Arte Contemporanea, creato nel 2001 e dal 2004 insediato in un’ala del celebre e immenso Palazzo del Parlamento voluto da Ceauşescu negli anni Ottanta. Il Museo (che ha ospitato mostre curate, tra gli altri, da Hans Ulrich Obrist e Nicholas Bourriaud) si sviluppa su cinque livelli: un parterre e quattro piani con grandi e ariosi spazi in un elegante allestimento. L’ingresso è gratuito. Vi trovo in corso sei eventi: due retrospettive (Mihai Olos e Nistor Coita – entrambe fino al 26 aprile), la prima mostra in Romania dell’artista austriaco Oliver Ressler (Proprietatea e furt – La proprietà è furto, anch’essa aperta fino al 26 aprile), la performance di Cian McConn&Vivienne Griffin EU ≤ NOI / I as in Us (cui però non sono riuscito ad assistere – proposta fino al 23 aprile), un allestimento di video di Irina Botea Bucan (26 aprile) e — nel parterre — Another view on the collection as archive, che durerà invece fino all’8 ottobre.

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Il Muzeul Naţional de Artă Contemporană di Bucarest

Quest’ultimo è un allestimento sorprendente e affascinante: in pratica la messa in mostra (o la riproduzione) del magazzino del museo con le opere affastellate in ordine sparso, ognuna col suo cartellino identificativo d’inventario. Le une accanto alle altre, troviamo opere di ispirazione modernista (in alcuni casi Brâncuşi ha fatto scuola!), astratto informale e materico, Realismo Socialista e perfino arte cinetica e qualche installazione — alquanto sconosciuti gli autori, a parte una grande tela (cm 100×350) di Mircea Cantor: Cer variabil (Cielo variabile, 2007-2013), donata recentemente dall’artista. Facile a volte riconoscere i modelli occidentali cui questi artisti guardavano. Affiorano poi tutta una serie di busti e ritratti di Ceauşescu, da solo o con la moglie Elena, alcuni in uno stile più vicino al Realismo Socialista di stampo cinese post-Rivoluzione Culturale che a quello propriamente sovietico — effettivamente dagli anni ’70 in poi Ceauşescu si avvicinò ai modelli comunisti dell’estremo oriente —, alcuni altri, invece, anche interessanti dal punto di vista pittorico.

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Una vista di Another view on the collection as archive

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Mihai Olos, Untitled, oil on wood, 30 x 20 cm., courtesy of Olos Estate.

La grande retrospettiva dedicata a Mihai Olos (1940-2015) attraversa tutte le proteiformi fasi di questo artista di per sé proteiforme (fu anche poeta, saggista e performer): dall’astrattismo virante verso la op-art degli anni Sessanta al figurativismo di marca surrealista degli anni Ottanta che richiama soprattutto Masson (e, curiosamente, qualche volta anche Luigi Ontani); dalla grande installazione per il Cinema “Dacia” di Baia Mare, realizzata con placche di alluminio lavorato (di cui viene ricostruita solo una parte, perché l’originale intero copriva 120 mq di superficie) alle sculture in legno e ceramica. Tuttavia la parte più interessante della sua produzione mi appare quella delle piccole sculture — tra costruttivismo e origami, se mi permettete questo paradosso — realizzate letteralmente con ogni tipo di materiale: carta, cartone (inclusi sottobicchieri da birreria e cartone pressato per confezioni di uova), spago, matite, garza, plastica, polistirolo ecc. Di qui soprattutto il titolo dato alla mostra: Efemeristul / The Ephemerist.

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Nistor Coita, Sauroctonies, acrylic on canvas, 115 x 99 cm, 2011, photo Ioan Cuciurcă, courtesy of Irina Predescu.

 

Meno affascinante l’opera di Nistor Coita (1943), il cui segno un po’ ossessivo dà vita a figurette di volta in volta angeliche o archetipiche, spesso con una forte valenza erotica che le apparenta lontanamente a certe immagini di Carol Rama. Personalmente di questo artista trovo più interessanti le incisioni che le pitture. Il percorso video di Irina Botea Bucan (1974) Apostrof. Totul a început cu o ezitare a portarului (Apostrofe. Tutto è iniziato con l’esitazione del portiere) costituisce la sesta e ultima parte di un progetto iniziato nel 2014 e intitolato Punctul alb şi cubul negru (Il punto bianco e il cubo nero): tredici in totale i video proiettati (di cui sei riuniti in un’unica installazione), realizzati tra il 2003 e il 2016. La Bucan ha partecipato nel 2013 alla Biennale di Venezia, e ha esposto anche al Centre Pompidou, al Jeu de Paume, al Reina Sofia di Madrid e alla Biennale di Gwangju.

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Irina Botea Bucan, Impersonation, still da video, 2014

 

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Oana Năstăsache, Senza titolo, 2015

Bucarest ha, ovviamente, anche alcune gallerie d’arte “di tendenza”: una delle più note è la 418 Gallery, che ha appena concluso una collettiva intitolata An abstract feeling – Young Romanian artists con la partecipazione di sei artisti giovanissimi, tra i quali trovo promettente Oana Năstăsache (1992). Vi sono poi le due gallerie “internazionali” di Bucarest: la Galeria Nicodim , la cui prima sede è stata aperta a Los Angeles nel 2006 (poi a Bucarest nel 2012), e la Anaid Art Gallery, che dall’anno passato ha aperto una sede anche a Berlino. Altre gallerie d’arte contemporanea degne di nota sono Aiurart ; H’art, che ha una seconda sala H’art Appendix in Calea Victoriei, la “spina dorsale” del centro di Bucarest; Zorzini . Vi è poi Artmark , (in un palazzo ottocentesco dai bellissimi interni) che è galleria ma soprattutto casa d’aste: tra le opere esposte, mescolate a memorabilia calcistiche (inclusa la maglia indossata dal tale giocatore nella tale partita, perfettamente incorniciata…), trovo una scultura-assemblage di Spoerri degli anni ’70 (Raccourci), una bella tecnica mista 40×30 cm di Ghenie del 2001 (Enigma), alcuni quadri figurativi interessanti di Şerban Savu (1978) e anche un piccolo studio, matita su carta, di Nicolae Grigorescu (1838-1907) che è stato il più grande pittore romeno dell’Ottocento, formatosi in Francia alla Scuola di Barbizon.

A questo proposito, segnalo anche che al Museo dei Collezionisti d’Arte — creato nel 1978 e basato sulle grandi collezioni private confiscate dallo Stato all’epoca dell’insediamento del regime comunista (rinnovato poi nel 2003 con un nuovo allestimento) — è in corso fino al 30 aprile la mostra Pittura romena (1875-1945) dalla Collezione della Fondazione Bonte. Una sessantina le tele esposte (in generale di non eccezionale interesse) di alcuni tra i maggiori pittori romeni attivi nella prima metà del XX secolo, tra cui lo stesso Grigorescu (bello il piccolo Vaso con fiori di primavera), Ştefan Dimitrescu (1886-1933 — bello un suo Nudo) e Ştefan Popescu (1872-1948), di cui è esposto un cezanniano Paesaggio con alberi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Ristoranti a Bucarest

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Quando si tratta di ristoranti si ha l’imbarazzo della scelta, si mangia ovunque, e ce n’è veramente per tutti i gusti. Rumeni, italiani, libanesi, greci, turchi, giapponesi, cinesi, thailandesi ecc. Si può trovare un ristorante bellissimo e mangiare male o viceversa. Non di rado capita di trovare ottimo cibo, tornarci due settimane dopo e trovare che la qualità è scaduta. Insomma, il continuo turnover di personale non è sinonimo di garanzia.

Quindi è difficile fare una classifica e per non rischiare di vederci insultare da chi ci legge ci limitiamo a fare una  piccola lista di quei luoghi che non si possono perdere.

caru-cu-bere-autoportret-021) Caru Cu Bere – Il più bello, il più antico e ovviamente il più turistico, ma non si può ripartire da Bucarest senza esserci passati, anche solo per gustare un ottimo Papanasi, il dolce tipico rumeno, che quì è particolarmente buono. E’ sempre affollato, ma dotato di un personale veramente celere. Tra cuochi, addetti di sala, musicanti e ballerini, ci lavorano circa 170 persone.

Il sabato sera c’è lo spettacolo vero e proprio, ma occorre prenotare con largo anticipo (giorni). Il cibo è ottimo, basta solo sapere cosa ordinare, de gustibus…

Il nostro consiglio? La zuppa servita nella pagnottina e lo stinco.

18 lounge.jpg2) 18 Lounge, il più scenografico. Al 18 piano, in una delle due torri gemelle di Piazza Scanteii.

La vista è spettacolare, abbraccia tutta la città. E’ inutile sperare di catturare il panorama facendo foto, abbiamo provato tutti, meglio sedersi e godersi la vista, anche solo per il tempo di un aperitivo. Lo si gode al massimo alla sera o il sabato e la domenica. Negli altri giorni, a pranzo è frequentato dalla miriade di impiegati che lavorano in quei palazzi, sembra di essere in una mensa affollata.

Il menù è internazionale, si trova dalla pasta alle T-bone, dalle zuppe vegetariane al pesce, passando per quelle  insolite creazioni come fegato d’anatra ricoperto di cioccolato (molto particolare). I piatti vengono presentati come veri quadri d’autore, con pennellate colorate e verdurine posizionate con cura.

I dolci sono il pezzo forte. Nulla di tipico rumeno, per lo più dolci al cucchiaio veramente deliziosi.

Occhio alla carta dei vini, qui si rischia di farsi male ( alle tasche), meglio puntare su quello che offre la casa o su quelli rumeni, che sono ottimi.

excalibur3)  Excalibur, il più divertente.

In Piazza Revolutiei, di fronte al Ministero degli Interni, è la classica “locanda” medievale.

Panche di legno, camerieri con costumi d’epoca, stemmi e alabarde. Gli enormi vassoi di legno vengono portati a spalla e corredati di fiamma. Piatti e bicchieri di coccio, e al centro una ciotola con acqua e limone, perchè ovviamente si mangia con le mani. E’ davvero spassoso quando si è in compagnia, rompere un pollo e strappargli le cosce prima di addentarle.

Le porzioni sono molto abbondanti, se c’è scritto che il piatto è da dividere in quattro…è facile che ci si mangi in 6.

beraria.jpg4) La Beraria H, il più grande.

All’interno del Parco Herastrau, in megaspazio che originariamente era un mercato (si chiamava Padiglione H) è oggi la birreria più grande dell’Europa dell’Est, con circa 2000 coperti.

Dotata di palco, ospita concerti al fine settimana di cantanti famosi e non. E’ qui che abbiamo sentito suonare e cantare Emir Kusturica, che  non sapevamo  avesse una sua band.

E’ un cibo da birreria, patate fritte (superlative), wurstel e salsiccie,  veramente adatto alle fredde serate invernali.

covaci.jpg5) La Taverna Covaci, il più tipico.

Nel bel mezzo di Lipscani, centro storico e nevralgico della città, uno di quei ristoranti in cui si va per respirare il folclore locale. Arredamento e piatti tipicamente rumeni, e musicanti al sabato sera. Fortunatamente un menù fotografico a prova di bomba aiuta a capire cosa scegliere, e soprattutto cosa evitare. Da provare hamsii e mamaliguta, alici fritte e polentina, un modo tutto rumeno per gustare il pesce.

grano6) Grano, il più italiano.

Perchè no? Un ristorante italiano non deve mancare mai. E questo tra tutti è quello che più rispetta i nostri gusti. A due passi da Piazza Floreasca, nasce prima di tutto come un “negozio”.

E’infatti così che continua ad essere chiamato dai proprietari, simpatici italiani di Verona.

Prodotti italiani autentici da acquistare quando si è in crisi di astinenza di formaggi,  salumi ed altre “delicatessen”  di casa nostra. La vera leccornia? I cannoli.

E’ tra i pochi che continua a mantenere invariati i piatti tipici della cucina italiana, cosa che purtroppo accade spesso da queste parti.

Non di rado capita di trovare panna nella carbonara. Ma perchè allora continuare a chiamarla così?

Palatul Primaverii, la residenza privata di Ceausescu

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Chiamata così perchè situata sul Bulevardul Primaverii, nel ben noto quadrilatero abitato dai più alti membri della nomenclatura, dopo 27 anni è stata aperta al pubblico.

Del perchè in tutto questo tempo sia rimasta chiusa, resta un mistero. Pare fosse destinata ad accogliere delegazioni ufficiali, ma a giudicare dall’aspetto dismesso di questi ultimi anni, si stenta a crederci…

Per visitarla occorre prenotare il tour guidato, in rumeno  o in inglese, e specie nei fine settimana bisogna essere fortunati, i gruppi non possono essere inferiori a 5 persone o superiori a 15. Al momento è una delle attrazioni maggiori, del resto, come non essere curiosi di vedere dove il Conducator trascorreva le serate in famiglia…e che famiglia!

Dall’esterno si fa fatica a credere che vi siano ben 80 stanze, piene di arredamenti preziosi (ma terribilmente kitsch), piscina, giardino d’inverno, Spa. Una ridondante opulenza di cattivo gusto.

Fatta costruire negli anni ’60,  Ceausescu  abitò qui dal 1965 all’1989.

studioLa prima stanza del tour è proprio il suo studio, è qui che si incontrava con il suo consigliere, il generale Mihai Pacepa, prima che questi lo tradisse accettando l’asilo politico offertogli da Carter nel ’78. Ed è qui che ha deciso e firmato di non invadere la Cecoslovacchia.

A seguire, l’appartamento di Valentin, il figlio maggiore, e l’unico ancora in vita. Ha 68 anni, e lavora come fisico nucleare presso l’Istituto di fisica di Magurele.

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colazionePoi si visitano la crama, ovvero la cantina dotata di bar, dove amava ricevere i suoi ospiti, la sala da pranzo e quella della colazione. Non era un gran bevitore ed inoltre era diabetico, motivo per cui la sua alimentazione era piuttosto magra.

Quello a cui non rinunciava erano le serate nella sua sala cinema, dotata di ogni confort ed in cui era solito vedere film western, i suoi preferiti.

cinemaAl primo piano l’appartamento  di Nicu, il figlio minore, che di Bacco, tabacco e Venere aveva fatto uno stile di vita, è morto nel 1996, ufficialmente di cirrosi.  Quando si entra in quello di Zoe, sua sorella, sembra di entrare nelle stanze di Maria Antonietta, un vero spasso.

nicu zoeIl Conducator e sua moglie avevano stanze separate, o meglio c’è quella di Elena, con i suoi lussuosi bagni dai pomelli rivestiti in oro, e quella che all’occorrenza veniva divisa da entrambi i coniugi. Spesso con loro,sui divani, i loro labrador, Corbu e Sarona. In questa camera, nota che trovo davvero di cattivo gusto, piegati, come in una stanza di albergo, ci sono i loro “autentici” pigiami.

coniugiForse è proprio l’abbigliamento quello che colpisce di più in tutta la residenza. Più degli oggetti di pregio come arazzi, tappeti, lampadari, quadri e porcellane, spesso doni di grandi capi di stato come De Gaulle o la Regina Elisabetta.

Vedere i loro abiti, le loro scarpe, le pellicce, messi lì come attrazione per i turisti, da alla visita una nota di tristezza, a tutto c’è un limite.

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Superata la veranda esotica, dove un grande mosaico veneziano raffigura le 4 stagioni, si scende nella Spa. Dotata di sauna, vasca idromassaggio e doccia scozzese, essa ha più l’aria di un sanatorio che di una zona relax. Tocco finale, i loro personali saloni di coiffeur!

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Al termine di tutto il labirinto di stanze si trova l’enorme piscina coperta, sulle cui pareti un monumentale mosaico che per realizzarlo ci sono voluti quasi due anni. Qui, una mostra fotografica racconta le tappe fondamentali della vita di Ceausescu e della sua famiglia.

E’ una visita che merita, è lo specchio della sua megalomania.

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Chi fosse interessato a visite guidate di Bucarest o della Romania può contattare Ursula.

Tărgoviṣte, dove Ceausescu ha trascorso le sue ultime ore.

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A poco più di un’ora da Bucarest, a Tărgoviṣte è possibile visitare l’unità miltare 01417, dove il Conducator e sua moglie sono stati processati e fucilati.

Da qualche giorno sono stati riaperti i dossier della Rivoluzione. Dopo 26 anni c’è ancora chi vuole fare chiarezza su quei sanguinosi avvenimenti. Si prevedono notti insonni per Iliescu

E’ una visita breve, si tratta solo di tre stanze, ma una di queste è ancora ben impressa nella memoria di molti di noi, che in quella sera di  Natale dell’89, hanno visto quelle immagini  commentate da Bruno Vespa. Per la prima volta si parlava della Romania, prima di allora un buco nero in Europa.

La loro fuga iniziata in elicottero dalla capitale terminava a bordo di una Dacia 2000 nera non lontano da questa caserma, il 22 Dicembre.

Si può provare ad immaginare le circostanze in cui è venuto a trovarsi il colonello Kemenici, nel dover gestire una situazione così complicata nella sua base. Cosa doveva farne dei due? Quali ordini doveva eseguire? Ma soprattutto di chi? Chi era al comando ora? Senza dimenticare che fuori, sul viale dei Castagni, dove si trova la caserma, la folla dei manifestanti, come in tutto il resto del Paese, inneggiava contro il Dittatore.

A Bucarest c’era il caos.

camerettaIn una stanza di 12 mq Nicolae e Elena hanno trascorso le prime due notti. Su letti militari di ferro, sempre sorvegliati. Pane nero e te’ ed una bottiglia di plastica per le esigenze fisiologiche.

Le guardie che per tutto il tempo hanno sorvegliato i coniugi raccontano  che Ceausecu non abbia mai dormito, più volte si sia alzato a percorrere la piccola stanza. Forse solo qualche attimo di tregua, chiedendo di avvicinare il suo letto a quello della moglie, riuscendo così a scambiare due parole con lei, a bassa voce.

Kemenici, dopo la prima notte, ricevendo ordini sempre più confusi, decide di diventare regista di quelle ultime tragiche scene. Fornisce loro divise militari e li fa salire su un camion, per portarli, sempre nell’ambito della recinzione, tra due baracche.

Alla sera, infreddoliti, rientrano in camera.

L’indomani il Dittarore  perde le staffe, cerca di togliere le pesanti coperte messe sulle finestre, dato che la stanza si affacciava sul viale. Voleva parlare alla folla sulla strada, aveva l’illusione di poterla affrontare, così come ancora aveva l’illusione che l’esercito potesse fare qualcosa per lui. Quale esercito? Non era più il suo esercito, non si sa più di chi era…

Una delle guardie è intervenuta, si chiamava Boboc, c’è stata una colluttazione. Ceausescu ha perso sangue dal naso.

Più di una volta, guardando i due sorveglianti negli occhi, come a volerli ipnotizzare, ha promesso loro “soldi e gradi”, in cambio di una fuga. Quali soldi? Non aveva nulla con sè, ma era arrivato a promettere un milione di dollari…

ceau tabDa Bucarest arrivano gli ordini, il nuovo nucleo al potere si sarebbe occupato della sorte dei due. Kemenici, li fa salire su un Tab, un anfibio militare, il loro ultimo rifugio. Li trasporta vicino al poligono, in attesa di altri comandi…attesa vana. Passano la notte lì dentro.

processoIl processo avrebbe avuto luogo nell’unità militare stessa. In una delle stanze che si possono visitare. Un processo di un’ora definito “mascarada” (pagliacciata) dallo stesso Ceausescu. Che continuava a dire :”Se avete già deciso di condannarci perchè inscenare questa pagliacciata!”

Poi, 5 minuti dopo, l’esecuzione, preceduta (e ben ripresa dalle telecamere) dagli istanti più drammatici, anche per un tiranno. “No,non legateci! Insieme abbiamo lottato e insieme vogliamo morire!I miei figli!”Grida Elena. Un corridoio, una porta, un vialetto e poi il cortile.Era il giorno di Natale.

corridoio porta cort

vialetto cortile

Chi fosse interessato a visite guidate di Bucarest o della Romania può contattare Ursula

La Fondazione Parada

spett parada 2 (2)“Spesso, in riferimento a questo blog, mio figlio Paride mi accusa di mettere in evidenza solo gli aspetti positivi della Romania. Dice che scriviamo poco di quello che c’è dietro l’angolo. E’ vero, ne parliamo poco.

Questa volta facciamo di più che girare l’angolo, andiamo nei bassifondi, per raccontare che cosa succede nei sotterranei di Bucarest.”

In una fredda e piovosa sera di marzo, in compagnia dell’amico Franco Aloisio, che da 17 anni presiede la Fondazione Parada Romania, siamo andati ad esplorare il sottosuolo, a vedere, ma soprattutto a conoscere i bosketari, ovvero ragazzi che vivono nella rete di canali che si trovano sotto le strade di Bucarest.

Per chi non conoscesse questa fondazione sarebbe bene vedere il film di Marco Pontecorvo  “Parada”,  che racconta la storia del mimo Miloud , che attraverso la sua arte e un sorriso è riuscito ad avvicinare  questi ragazzi con cui la vita è stata davvero impietosa. Dopo averli avvicinati e stabilito dei contatti, è nata una rete che si presta ad offrire loro gli elementi base per il sostentamento ed in alcuni casi molto di più.

foto-19-brI documentari girati intorno alla Gara de Nord, hanno fatto il giro del mondo, per tutti si tratta dei giovani delle fogne di Bucarest, che rubano e sniffano colla. Una definizione così toglie dignità al genere umano.

Non si tratta di fogne, quelle lasciamole ai topi e agli scarafaggi. Si tratta di una rete di gallerie, estesa sotto tutta la città, attraverso la quale passano tubi di acqua calda; un sistema centralizzato costruito in epoca comunista per portare nelle abitazioni acqua e riscaldamento. Nelle sale sotterranee, dove gli addetti  alla mautenzione lavorano  in caso di guasti, molti giovani senza casa trovano riparo, soprattutto d’inverno.

Ma chi sono? Sono più maschi che femmine, hanno un’età media di 13-15 anni, e storie comuni: famiglia numerosa senza mezzi, orfanotrofio, abbandono, violenza familiare….e tutti preferiscono la strada, perché, come dice Franco, una volta assaggiata la totale libertà raramente tornano indietro, nonostante tutto.

Fanno tenerezza, si vede che cercano di ricreare una sorta di famiglia, dove i grandi si prendono cura dei piccoli, dove la solidarietà è fondamentale.

Riccardo, ha 17 anni e sta per diventare papà.” Lo voglio questo figlio” ci dice.

Bia, ha 15 anni. Da 3 vive sulla strada, da quando la madre è andata a lavorare in Grecia, e lei non ha voluto seguirla. E’ stata in orfanotrofio, poi la nonna l’ha presa con sé, ma Bia è scappata. Sembra una ragazzina all’uscita da scuola, jeans, camicia a quadretti  legata in vita, giacchino nero di pelle finta.

Il  fenomeno dei bambini di strada risale ai primi anni ’90, forse come conseguenza del famoso decreto 770 del 1966 che vietò l’aborto per incrementare il numero di nascite e creare una generazione di „uomini nuovi” cresciuti nella fede comunista. Da allora ci fu una distinzione tra i figli nati “per amore” e quelli nati “per decreto”. C’era la fame, ma si doveva prolificare…con tutte le conseguenze derivanti, e un aumento smisurato di figli abbandonati, messi nei Camin de copii (orfanotrofi).

Con la caduta del regime e il mal funzionamento dell’apparato statale, negli anni ’90 si incominciarono a vedere i primi bambini „di strada”, alcuni scappati dagli orfanotrofi, altri da situazioni familiari di degrado, povertà e violenza. E tutti venivano a Bucarest, la grande città.

Sono passati quasi trent’anni, ma il fenomeno persiste, intere generazioni sono nate in strada.

La grande città ha un fascino, ma si finisce in una giungla, una giungla di diseredati, che vivono di espedienti. Non muoiono di fame, a Bucarest è impossibile morire di fame, ma finiscono con lo sniffare colla (Aurolac), o farsi di eroina, che ora si trova a prezzi da supermercato.

parada interniLa nostra serata è iniziata nel centro diurno della Fondazione Parada, dove un’ equipe di assistenti, educatori e psicologi si occupano di molti questi giovani, offrendo loro servizi scolastici, documenti, cure mediche, oltre ai generi di prima necessità, ovviamente.

Accompagnate da Iuliana, l’assistente sociale, siamo andate a incontrare alcuni di questi ragazzini che, tra l’altro,  vivono anche  in pieno centro. Faceva freddo e pioveva, loro, spuntati fuori dal nulla, ci sono corsi incontro appena ci hanno visti e si sono presentati dicendo il proprio nome e stringendoci la mano. Per nulla intimoriti dalla presenza di  sconosciuti hanno incominciato a raccontarci che la cosa che più gli piaceva era giocare a pallone. Hanno mangiato in silenzio i panini portati da Iuliana, che tutte le sere fa lo stesso giro, poi ci hanno spiegato dove dormivano, tutti insieme, come una famiglia. Bia era l’unica ragazza.

Abbiamo capito che il lavoro che fa Parada da vent’anni non è solo portare assistenza ma offrire una speranza, quella che Miloud ha portato con l’arte circense. Per molti di loro questa diventa un lavoro,  ed è bello vedere che entrano nel circolo virtuoso di voler aiutare altri ragazzi come loro.

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Parada diffonde gli spettacoli dei ragazzi di Bucarest, che da un mondo „di sotto” escono per salire sui palcoscenici, dove si sentono protagonisti e non più vittime della totale indifferenza.

Il prossimo spettacolo sarà a Milano,  ”Parada-is”,  il 2 e 3 Aprile al Teatro Fontana.

“Intorno a mezzanotte siamo tornate a casa ognuna coi suoi pensieri, con noi c’era anche Matilde (mia figlia, che deve dedicare alcune ore al volontariato, che contano come voto a scuola). Prima di andare a dormire mi ha guardata dicendomi grazie per la buona vita e l’amore.”

E’possibile fare qualcosa per loro.

Dal 2000, a Parada si è affiancata l’Inter Campus, organizzazione con a capo Carlotta Moratti, offrendo un progetto sportivo ed educativo attraverso il calcio.

Febbraio, 2014: InterCampus  Bucarest 2014. Foto ©Franco Origlia

Franco Aloisio

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