C’era una volta Cernavoda.

ponte salignyPercorrendo la A 2, meglio conosciuta come l’autostrada del Sole, che collega Bucarest con Constanta, quando si oltrepassa il Danubio, si incontra il comune di Cernavoda.

Quello che tristemente colpisce sono i grossi reattori della centrale nucleare, voluta da Ceasescu negli anni ottanta, e attiva dal 1996. Come la costruzione di un mostro del genere possa cambiare la faccia di una cittadina è noto a tutti, diventa un “villaggio dei dannati”, ma c’è stato un tempo in cui Cernavoda era sulle pagine di tutti i maggiori giornali stranieri, vantando con fierezza un grande primato, ovvero il ponte più lungo d’Europa.

Costruito per fornire il collegamento ferroviario fino al Mar Nero, l’inizio dei lavori esecutivi ebbe luogo il 26 novembre 1890 alla presenza del re Carol I.

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Per realizzarlo, il Governo aveva bandito due concorsi internazionali, e tra i progetti pervenuti ci fu anche quello di Gustave Eiffel, che inizialmente sembrava il prescelto, ma le trattative non andarono a buon fine e la scelta cadde sul trentaquatrenne ingegnere rumeno Anghel Saligny.

Lungo 750 metri, con un’apertura centrale di 190. La struttura è tutta in acciaio, poggiata su quattro pilastri in cemento. Alto 30 metri sul livello dell’acqua per consentire il passaggio anche di grandi navi. Considerata la grande profondità delle fondazioni, vale la pena ricordare la pressione sotto la quale hanno dovuto lavorare gli operai all’interno delle loro “camere di lavoro”, ovvero superiore a 3 atmosfere, primato mai avuto prima e riportato sul lungo articolo che “l’Illustrazione Italiana”del 27 ottobre 1895 dedica a questa avveniristica costruzione.

Con un peso di 16.500 tonnellate finì per costare 10 milioni di lire.

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Dopo tutti questi numeri, il pensiero va inevitabilmente ad un altro grande ponte costruito ancora in Romania e sul Danubio, quello fatto erigere da Traiano…ma parliamo di tanti secoli prima e di un altro progettista che all’epoca pare andasse per la maggiore: Apollodoro di Damasco! Ma di questo parleremo un’altra volta.

dorobantul-este-si-azi-la-datorie-podul-anghel-sal_8af8c979a0ce9fA completare lo scenario, due grandi Dorobanti (soldati del XVII sec) di bronzo, realizzatiti dallo scultore francese Leon Pilet.

Il 14 settembre del 1895 vi fu l’inaugurazione ufficiale in cui un treno di 12 locomotive lo attraversò a 60 K/h. Dopo di questo, ne passò un altro a 80 K/h. A bordo molti ospiti tra militari, autorità e politici, tra tutti il ministro dei trasporti Lascar Catargiu, che pare abbia esclamato: “Vostra Maestà, coi soldati avete sconfitto i bulgari e con gli artigiani messo in ginocchio il Danubio!”

Nel frattempo Anghel Saligny e la sua squadra di operai erano sotto il ponte, a bordo di una barca a garantirne la resistenza.

Subì gravi danni nelle due guerre mondiali, ma non fu distrutto neanche dai raid sovietici del secondo conflitto.

cernavoda foto anticaIl ponte venne intitolato inizialmente a re Carlo I, ma fu chiamato Anghel Saligny negli anni del regime comunista, per cancellare il sovrano dalla memoria pubblica. Venne chiuso nel 1987 e dichiarato monumento, dopo l’inaugurazione dell’attuale.

Si narra che il grande pilota di Constanta, Horia Agarici, durante un combattimento aereo abbia avuto il coraggio di passarci sotto.

E, visto che si parla di coraggio, il nostro „fenomeno” Vittorio Brumotti (si,si, proprio quello di Striscia La Notizia) qualche tempo fa, in cerca di adrenalina ci è salito in cima in bici, ma a metà strada è stato fermato dalle guardie, come si vede in questo filmato.

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La colonna di Traiano di Bucarest

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1900 anni fa circa moriva Traiano, l’optimus princeps, colui che portò l’impero romano alla sua massima espansione. A Roma, l’interessante mostra “ Traiano.Costruire l’Impero, creare l’Europa”è in programma fino a settembre ai Mercati Traianei . All’entrata, un’istallazione dell’artista rumena Luminiţa Țăranu, rappresenta la “Columna mutatio”, ovvero la mutazione che la colonna traiana ha avuto nell’arco dei secoli trascorsi.

Infatti da monumento celebrativo per la vittoria di Roma sui Daci, è diventata ora orgoglio di discendenza per il popolo rumeno. Al termine della mostra l’istallazione sarà traferita a Bucarest, andando a fare compagnia all’altra colonna, quella storica. trajan-s-column-rome-italy+1152_12912415803-tpfil02aw-28637Ovviamente sto parlando di una copia, l’autentica opera scultorea si trova ai Fori Imperiali, ormai è parte del paesaggio urbano. Ma quanti l’hanno vista? Intendo dire per tutta la sua lunghezza (o meglio dire altezza). Un libro di pietra alto quanto un palazzo di 12 piani.

Le 125 tavole dei calchi,realizzate da Napoleone, si trovano al Museo della Civiltà Romana, chiuso da qualche anno per lavori. La copia presente a Londra, al Victoria and Albert Museum è divisa in due, per stare tutta nella sala, quindi i particolari non sono visibili da vicino.Questo significa chel’unica possibilità,al momento, di poterla visionare da vicino è una visita al Museo Nazionale di Storia di Bucarest. Io l’ho fatta due giorni fa, dopo aver rivisto la bellissima puntata di Ulisse, in cui Alberto Angela ne racconta la storia.

I calchi di Bucarest sono stati realizzati da artigiani vaticani negli anni ’40 su sollecito di Emil Panaitescu, allora direttore dell’Accademia di Romania a Roma e sotto la supervisione di Italo Gismondi, e costarono circa 6 milioni di Lei.

Ma la Guerra e il comunismo, con la conseguente rottura dei rapporti col Vaticano, hanno ritardato la consegna. Solo nel 1967 sono stati caricati su 18 vagoni e portati in Romania.

calco colonna didascOgni tavola rappresenta un fotogramma di quel “Colossal” che è stata la conquista della Dacia e la fine di Decebal. Ma a parte questo è l’opera che fornisce il maggior numero di dettagli di quella che era la vita dei soldati romani in quei tempi. Gli abiti, le armature, gli scenari. E poi i cibi, gli usi, come costruivano i castra, i ponti, insomma un vero e proprio reportage di duemila anni fa.

cmbattIn molte delle scene scolpite ho rivisto immagini di film famosi.

testuggTecniche di combattimento come la “testuggine”, dove l’assembramento di scudi quadrangolari offriva una grande protezione per avanzare.

draco“Il Draco”, lo stendardo dei Daci (una testa di lupo fissata su un palo che attraverso un ingegnoso sistema interiore, sotto l’azione delle correnti d’aria, produceva un potente fischio, che aveva l’effetto di incoraggiare i propri combattenti e spaventare il nemico).

Ed ancora la Battaglia di Tape, le armature dei Sarmati, fino ad arrivare alla fine di Decebal, che pur di non cadere in mani nemiche ha preferito tagliarsi la gola.

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La vittoria fruttò a Roma un ricco bottino, centinaia di migliaia di kg di oro e argento.

La leggenda del tesoro di Decebal è curiosa e merita di essere raccontata. Si narra che il re dei Daci avesse deviato il corso del fiume Sargezia, scavato una buca nel letto e dopo aver  nascosto il tesoro, avrebbe riportato il fiume al suo posto. Un nascondiglio sicuro se non fosse stato rivelato al nemico da Bicilis,  un suo soldato.

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Le celebrazioni per la vittoria a Roma  durarono 123 giorni, con feste e donazioni in cibo a circa 500 000 persone. Successivamente con lo sfruttamento delle risorse della Dacia l’imperatore ripristinò il bilancio per i successivi 150 anni.

 

 

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Ai primi di marzo, col profumo della primavera nell’aria, si festeggiano tre ricorrenze della tradizione popolare. La prima è Marţisor (letteralmente, piccolo Marzo), che simboleggia l’arrivo della primavera.

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Le strade e i centri commerciali si riempiono di bancarelle che vendono spille,ciondoli e amuleti corredati di fili intrecciati bianchi e rossi.

Questa festa ha origini antichissime, addirittura richiama riti pagani risalenti a circa 8000 anni fa.

Il significato cromatico dei due colori probabilmente indica il bianco della neve che lascia il posto al rosso del sangue, emblema della vita, della rinascita. Ed in un paese la cui anima è la “țară” (la campagna), fonte principale di sostentamento, la bella stagione non può che essere accolta con una festa.

 

 

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L’usanza balcanica, che varia in ogni paese,  è che è più o meno ogni donna debba ricevere un “marţisor”, che sarà indossato al polso o sopra la giacca fino  a quando arrivano i primi segnali della primavera: ritornano rondini e cicogne, si sente il canto del cuculo o incominciano a fiorire i primi alberi; allora lo si toglie e lo si lega a un ramo, perchè porti fortuna.

Per una vasta scelta di amuleti, a nostro avviso la più carina, merita una visita il targul (fiera) del Museo Taranului. Qui è possibile trovare un atelier della creatività, dove la tradizione è stata rivisitata e se ne trovano davvero di originali.

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Un’altra festa è quella legata alla leggenda di Baba Dochia, che rappresenta l’inverno. Baba Dochia, gelosa della nuora che, giovane e bella (come la primavera) ha conquistato l’amore di suo figlio, la manda a lavare della lana nel ruscello.

baba-dochia-cojoace La ragazza può tornare solo quando la lana è diventata bella bianca, ma il gelo del ruscello le ferisce le dita che, sanguinando, la macchiano irrimediabilmente. Le viene in aiuto un uomo,  Marţisor, che le dà un fiore rosso da mettere in acqua e la lana miracolosamente ritorna bianca. Rincasata dalla suocera, questa crede che il fiore rosso che la ragazza dice di aver ricevuto sia il segnale che la primavera è arrivata. Baba Dochia parte, credendo finito l’inverno, per la montagna col suo gregge e con addosso 9 cappotti. La salita dura 9 giorni e ogni giorno, per il caldo, si leva un cappotto. Alla fine raggiunge la vetta ma un maltempo porta una forte nevicata e Baba Dochia e le sue pecore muoiono congelate. Dal punto di vista metereologico la leggenda rappresenta l’instabilità tipica del mese di marzo. E’ tradizione che le donne romene scelgano un giorno dal 1 al 9 e a seconda di che tempo c’è in quel giorno, così sarà il loro carettere per l’anno a venire.

L’ultima è una festa religiosa e ricorda i 40 martiri uccisi ai tempi dell’imperatore Licinio (308-324), soldati cristiani condannati a morire nelle acque gelate di un lago. Nella tradizione romena il 9 marzo era il giorno in cui, nelle comunità rurali, si tirava fuori l’aratro, che veniva rimesso a nuovo dal fabbro del villaggio. Di fatto era il momento in cui si dava inizio alle feste della primavera.

Mucenici-muntenesti-fiertiNel giorno degli Sfintii Mucenici si cucina un piatto tradizionale che viene poi portato in chiesa, benedetto durante la messa, e condiviso con i poveri. La ricetta (che non si può dire gustosa, d’altronde la pasta noi la mangiamo in un altro modo!) dice di far bollire in acqua e zucchero una pastina a forma di 8. Una volta cotta viene servita nei piatti con l’acqua di cottura e una spolverata di cannella e noci.

Chi fosse interessato a visite guidate di Bucarest o della Romania può contattare Ursula.

 

 

 

 

La storica pasticceria Capsa.

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Il periodo interbellico resterà nella storia di Bucarest come la sua vera età dell’oro, e questo si riflette nei diari, nei dipinti, nei film, ma soprattutto nei palazzi.Quelli dai tetti di ardesia, grigi e bombati che tanto ricordano quelli parigini. E non a caso in quegli anni veniva chiamata la Piccola Parigi (Micul Paris). Il tempo, gli eventi bellici e il comunismo hanno finito col distruggere molti luoghi storici, ma per fortuna non tutti. E’ il caso della pasticceria Capsa, nell’ambito dell’omonimo hotel, all’angolo tra Calea Victoriei e Strada Edgar Quinet, di fronte al Circolo Militare.

capsa alta dataFondata nel 1874 dai fratelli Capsa, a questi va il merito, di aver introdotto in quest’angolo di Europa le delizie della pasticceria francese. Non più solo baklave ottomane, ma eclairs, madeleines, meringhe e bonbons che in poco tempo hanno reso celebre questa pasticceria. Qualche anno dopo Grigore Capsa decide di ampliare le sue prospettive aprendo anche un hotel, che ha visto accogliere molti dei personaggi più significativi della Belle Epoque come Cleo De Merode, Caruso, Sarah Bernard. In poco tempo la fama di questo luogo attraversa i confini ricevendo una medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Parigi del 1889.

Queste le parole di Paul Morand, trovate su un numero de Le Marianne (settimanale politico-letterario di Parigi ) dell’agosto 1935.

marianne   “ Immaginate, riunite in una casa dall’apparenza modesta e desueta, quattro vecchie glorie europee: il ristorante Foyot, la confetteria Rumpelmayer, il cafè Florian e l’hotel Sacher.”Ma ecco cosa scrive a proposito della pasticceria:

“Tutta Bucarest si ritrova al Capsa, che è il timpano di questo grande orecchio che è Bucarest, città del pettegolezzo, nelle sale di questa pasticceria dove vengono fatte  fuori praline e reputazioni. E’ parigina per i petits  fours e per la lingua che si parla, viennese per i loro indianerkrapfen e i loro strudel di mele, russa per le torte calde ripiene di carne, greca per le confetture, turca per la baklava e i sorbetti.

A mezzogiorno appaiono quelle anziane signore che si possono vedere nella provincia all’uscita della messa.

capsa vecchia fotoA seguire le commesse dei negozi, in nero e dai colletti bianchi, si atteggiano a “padrone” davanti a lucide torte al cioccolato e fondants colorati. Imbacuccate nelle loro pellicce, che non sono ornamentali come in occidente, ma fondamentali come in Russia, in stivali di gomma, le casalinghe vengono ad ordinare (in francese) le caramelle. Verso le 12,30 arrivano i “giovanotti” che si incontrano con i loro amici d’infanzia. E’ l’ora della colazione (Bucarest è l’ultima città dove è possibile incontrare i perditempo stile 1900, quei figli di papà incapaci di radersi da soli e che si svegliano a mezzogiorno). A parte l’acquavite di prugne, la tzuica nazionale, che serve a riscaldare in inverno, qui non si consumano alcoolici. Ci sono ben altre pasticcerie famose, Nestor, Zamfiresco, Au Palais, ma in fin dei conti,l’arcana verità è il Capsa. Bisogna, mangiando un sandwich al caviale vicino alla vetrina o al banco, assistere alla sfilata dei piccoli militari dagli alti gradi, degli attachè stranieri, di politici, di celebri avvocati, di nobildonne, di Egerie politiche, di attrici e di spie. Bisogna vedere queste persone ricevere docce di complimenti, vedere questi pianeti e i loro satelliti, osservare, schedare, spulciare le persone che entrano nell’angolo visivo di quelli seduti, per capire che Bucarest non è altro che una grande famiglia.”

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Cosa resta di tutto questo? Nulla o poco più. Un piccolo esercizio  da cui certo non traspare la sua vita precedente. Ma la qualità resta ancora eccellente. Sicuramente merita una breve visita, anche solo per gustare petits fours e praline, i cui sapori invece, richiamano l’atmosfera perduta.

 

Tra le torte spicca la cioccolatosa Joffre cake, creata dalla maison Capsa nel 1920 in occasione della visita in Romania del celebre maresciallo francese (è quello del massacro di Verdun). Di questa è possibile anche gustarne la versione mignon, estasi per il palato.

Chi fosse interessato a visite guidate di Bucarest o della Romania può contattare Ursula.

 

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Seneca, l’anticafè

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A due passi dal consolato italiano, al numero 1 di Strada Ion Mincu, ecco un altro luogo originale di Bucarest, il Seneca AntiCafè.

seneca salottoUn accogliente spazio in cui si può leggere, rilassarsi, navigare e lavorare (a disposizione oltre ai pc, tablet, scanner, stampanti, proiettore, diverse stanze e per finire un piccolo anfiteatro). La formula è “all you can stay”, per soli 8 lei l’ora (meno di 2 euro) è possibile usufruire di quanto detto e di un vasto assortimento di tè, biscotti, snack salati e frutta “all you can eat” a disposizione nell’ampio spazio cucina.

Un forno a microonde permette di poter scaldare cibo portato da casa (perchè no?) e dopo, naturalmente, tutto deve finire in lavastoviglie, proprio come a casa.

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Non c’è il caffè, ma se proprio non se ne può fare a meno, nella French Bakery accanto è previsto uno sconto per i frequentatori del Seneca.

Libri in vendita ed una biblioteca in cui è possibile trovare un ricco assortimento di volumi e riviste in francese, inglese, spagnolo, tedesco, russo e italiano.

seneca libreria Dopo 5 ore non si paga più, ma a disposizione ci sono pacchetti che prevedono fino a 30 giorni, a 700 lei, poco più di 150 euro.

Non appena passata la soglia, si lascia il proprio nome e si diventa Cicerone, Brecht, Alice Munro o qualsiasi altro filosofo o scrittore attraverso una tesserina segnatempo e segnalibro. Io oggi ho scelto Giordano Bruno, insieme ad un profumatissimo tè alla lavanda e biscotti all’uvetta.

seneca libri itaAver scelto il nome di Seneca non è casuale, lui si che la sapeva lunga sul tempo!

“Nulla ci appartiene, solo il tempo è nostro”, scriveva a Lucilio. Ed io renderei obbligatoria, appena arrivati all’età della ragione, la lettura della “Brevità della vita”, affinchè la consapevolezza non arrivi mai troppo tardi… ma questa è un’altra storia. Non sono state tali considerazioni a suggerire il nome di questa attività nata tre anni fa, sulla scia di altre capitali europee.

L’idea nasce da quello della Casa Editrice Seneca che qualche anno fa ha lanciato la collana “In Due”, in cui il filosofo veniva messo faccia a faccia con un giovane degli anni 2000. Insomma un’idea per avvicinare allo stoicismo e capire l’origine di tutti i manuali di autogestione. Ed uno spazio così rappresentava una bella piattaforma.

Da qui l’idea di dare un prezzo al tempo, ma ovviamente il suo valore è dato da come lo si impiega!

Chi fosse interessato a visite guidate di Bucarest o della Romania può contattare Ursula.

 

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Il Palazzo Mogosoaia e la sua illustre “inquilina”.

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E’ primavera, la natura si risveglia e ricominciano le gite fuori porta.

Uno dei luoghi più amati, ad appena dieci km da Bucarest è il Parco Mogosaia, dove paesaggio e storia armoniosamente si combinano. Un vero paradiso per i bambini, con divertimenti e casette sugli alberi. Caffetterie, ristoranti e enormi aree destinate ai picnic. Mi piace sottolineare che “la gratar” (la grigliata) è uno dei passatempi preferiti delle famiglie rumene. E non solo di queste, visto che il PICNIC-IT è ormai diventato un appuntamento annuale in cui, sotto la regia di Ezio, il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura, la comunità italiana ama riunirsi per trascorrervi una piacevole giornata sull’erba.

Ma, divertimenti a parte, all’interno di questo splendido parco, si trova il Palazzo Reale, una meta da non perdere.

Fatto costruire agli inizi del ‘700 dal principe di Valacchia, Constantin Brancoveanu, che ha dato origine all’omonimo stile, spesso riproposto in chiese e monasteri, dove gli elementi di architettura islamica e quelli di arte barocca si fondono insieme.

 

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Ma il vero fascino di questo palazzo non è nella sontuosità, di cui, dopo una serie di vicissitudini storiche ne è del tutto privo, ma nella storia della sua più celebre inquilina, Marthe Bibesco.

Questo nome oggi a molti di noi non dice nulla, eppure si tratta di una delle donne più famose e fotografate d’Europa del secolo scorso. Forse, per gli appassionati della letteratura francese il nome Lucile Decaux, pseudonimo dietro il quale si celava, potrebbe risultare più familiare.

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Marthe era bella, ricca, affascinante e colta. I suoi scritti, a soli 22 anni le hanno fatto guadagnare riconoscimenti dall’Académie Francaise. Proust li lodò in termini entusiastici. Era la regina incontrastata dei migliori salotti parigini, come il fauburg Saint-Germain, nel quale frequentava, oltre allo stesso Proust, Paul Morand, Valery, George Bernard Shaw, ed altri letterati del tempo. Ma chi era? Era una principessa, ma una principessa triste.

Nasce nel 1886 a Bucarest come Marthe Lucile Lahovari, in una delle famiglie più aristocratiche rumene. Suoi padre, ministro degli Esteri e, spesso in Francia, fa si che i suoi figli crescano in questo paese, motivo per cui solo all’età di 11 anni inizia a parlare la lingua rumena.

marthe sposaA 16 sposa il principe George Valentin Bibesco, diplomatico, aviatore e presidente della Federazione Aeronautica, un matrimonio infelice. Lei stessa in seguito scriverà :”Dare una vergine ad un uomo è come mettere uno Stradivari in mano ad una scimmia”.Nel 1905 suo marito viene nominato da Carol I per una missione diplomatica presso lo Scià di Persia, Mozaffar al-Din. Marthe lo accompagna. A Yalta incontra Maxim Gorky, lì in esilio. Annota le sue impressioni di viaggio e poco dopo pubblica quel bellissimo affresco che è gli “Otto paradisi” (Edizioni Sellerio), un vero gioiello per chi ama la letteratura di viaggi.

Seguiranno molti altri scritti, tra cui Il Pappagallo verde, Al ballo con Proust, Katia ( la storia di Ekaterina Dolgorukova, moglie morganatica dello zar Alessandro II e portata sullo schermo da una giovanissima Romy Schneider).

E poi quello che secondo me è il più bello di tutti “Izvor, il paese dei salici”, uno studio antropologico sull’anima dei contadini rumeni.

Mi sono divertita a cercare sue notizie su Gallica, l’emeroteca francese ed ho trovato molti articoli curiosi sui rotocalchi dell’epoca. Come si vestiva per andare a teatro, gli eventi che organizzava, la sua brillante vita sociale. Fu l’unica “francese” che oltrepassò la Porta di Brandeburgo seduta accanto a Guglielmo di Prussia (diritto riservato solo alla famiglia reale), e oltretutto lo fece nel difficile periodo in cui l’equilibrio tra Francia e Germania era precario a causa della questione dell’Alsazia-Lorena.

Assidua frequentatrice dell’Orient Express, aveva viaggiato negli Usa. Mircea Eliade l’aveva definita, con ragione, “un’europea del futuro”.

marthe anni 20Apparentemente una vita invidiabile, ma la realtà era assai diversa. Tutta la sua esistenza fu accompagnata da grandi dolori.

Ricevette in dono dal marito fedifrago il Palazzo di Mogosaia, ed in questo lei investì tutti i suoi averi, diventando il luogo in cui amava ritirarsi per circondarsi dei suoi più cari amici. Marcel Proust, Winston Churchill, Charles De Gaulle, Alfonso XIII di Spagna, sono solo alcuni dei celebri personaggi che vi hanno soggiornato.

Una serie di amori infelici, come quello per l’attachè militare Christopher Birdwood Thomson, morto nel dirigibile R101, disastro ben raccontato nel brano degli Iron Maiden, Empire of the Cloud (una canzone che dura ben 18 minuti).

E poi il comunismo, che la costringe ad abbandonare per sempre la sua amata residenza (requisita dallo Stato), trasferirsi in Francia, e ad allontanarsi per molti anni dalla sua unica figlia Valentine, catturata e messa in carcere col marito Dimitrie Ghika. Potrà riabbracciarli solo nel 1956, all’aeroporto di Londra, grazie all’intervento di Bulganin, premier dell’Unione Sovietica.

Marthe è costretta a lavorare per vivere, e fa quello che le riesce meglio. Collabora con molte riviste di moda, come Vogue, Marie Claire e continua la  produzione letteraria, che si concluderà con la sua ultima opera, La Ninfa Europa, dove racconta la storia della sua famiglia.

Muore a Parigi, nel 1973, all’età di 82 anni.

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Marthe Bibesco nel ritratto di Giovanni Boldini

Ristoranti a Bucarest

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Quando si tratta di ristoranti si ha l’imbarazzo della scelta, si mangia ovunque, e ce n’è veramente per tutti i gusti. Rumeni, italiani, libanesi, greci, turchi, giapponesi, cinesi, thailandesi ecc. Si può trovare un ristorante bellissimo e mangiare male o viceversa. Non di rado capita di trovare ottimo cibo, tornarci due settimane dopo e trovare che la qualità è scaduta. Insomma, il continuo turnover di personale non è sinonimo di garanzia.

Quindi è difficile fare una classifica e per non rischiare di vederci insultare da chi ci legge ci limitiamo a fare una  piccola lista di quei luoghi che non si possono perdere.

caru-cu-bere-autoportret-021) Caru Cu Bere – Il più bello, il più antico e ovviamente il più turistico, ma non si può ripartire da Bucarest senza esserci passati, anche solo per gustare un ottimo Papanasi, il dolce tipico rumeno, che quì è particolarmente buono. E’ sempre affollato, ma dotato di un personale veramente celere. Tra cuochi, addetti di sala, musicanti e ballerini, ci lavorano circa 170 persone.

Il sabato sera c’è lo spettacolo vero e proprio, ma occorre prenotare con largo anticipo (giorni). Il cibo è ottimo, basta solo sapere cosa ordinare, de gustibus…

Il nostro consiglio? La zuppa servita nella pagnottina e lo stinco.

18 lounge.jpg2) 18 Lounge, il più scenografico. Al 18 piano, in una delle due torri gemelle di Piazza Scanteii.

La vista è spettacolare, abbraccia tutta la città. E’ inutile sperare di catturare il panorama facendo foto, abbiamo provato tutti, meglio sedersi e godersi la vista, anche solo per il tempo di un aperitivo. Lo si gode al massimo alla sera o il sabato e la domenica. Negli altri giorni, a pranzo è frequentato dalla miriade di impiegati che lavorano in quei palazzi, sembra di essere in una mensa affollata.

Il menù è internazionale, si trova dalla pasta alle T-bone, dalle zuppe vegetariane al pesce, passando per quelle  insolite creazioni come fegato d’anatra ricoperto di cioccolato (molto particolare). I piatti vengono presentati come veri quadri d’autore, con pennellate colorate e verdurine posizionate con cura.

I dolci sono il pezzo forte. Nulla di tipico rumeno, per lo più dolci al cucchiaio veramente deliziosi.

Occhio alla carta dei vini, qui si rischia di farsi male ( alle tasche), meglio puntare su quello che offre la casa o su quelli rumeni, che sono ottimi.

excalibur3)  Excalibur, il più divertente.

In Piazza Revolutiei, di fronte al Ministero degli Interni, è la classica “locanda” medievale.

Panche di legno, camerieri con costumi d’epoca, stemmi e alabarde. Gli enormi vassoi di legno vengono portati a spalla e corredati di fiamma. Piatti e bicchieri di coccio, e al centro una ciotola con acqua e limone, perchè ovviamente si mangia con le mani. E’ davvero spassoso quando si è in compagnia, rompere un pollo e strappargli le cosce prima di addentarle.

Le porzioni sono molto abbondanti, se c’è scritto che il piatto è da dividere in quattro…è facile che ci si mangi in 6.

beraria.jpg4) La Beraria H, il più grande.

All’interno del Parco Herastrau, in megaspazio che originariamente era un mercato (si chiamava Padiglione H) è oggi la birreria più grande dell’Europa dell’Est, con circa 2000 coperti.

Dotata di palco, ospita concerti al fine settimana di cantanti famosi e non. E’ qui che abbiamo sentito suonare e cantare Emir Kusturica, che  non sapevamo  avesse una sua band.

E’ un cibo da birreria, patate fritte (superlative), wurstel e salsiccie,  veramente adatto alle fredde serate invernali.

covaci.jpg5) La Taverna Covaci, il più tipico.

Nel bel mezzo di Lipscani, centro storico e nevralgico della città, uno di quei ristoranti in cui si va per respirare il folclore locale. Arredamento e piatti tipicamente rumeni, e musicanti al sabato sera. Fortunatamente un menù fotografico a prova di bomba aiuta a capire cosa scegliere, e soprattutto cosa evitare. Da provare hamsii e mamaliguta, alici fritte e polentina, un modo tutto rumeno per gustare il pesce.

grano6) Grano, il più italiano.

Perchè no? Un ristorante italiano non deve mancare mai. E questo tra tutti è quello che più rispetta i nostri gusti. A due passi da Piazza Floreasca, nasce prima di tutto come un “negozio”.

E’infatti così che continua ad essere chiamato dai proprietari, simpatici italiani di Verona.

Prodotti italiani autentici da acquistare quando si è in crisi di astinenza di formaggi,  salumi ed altre “delicatessen”  di casa nostra. La vera leccornia? I cannoli.

E’ tra i pochi che continua a mantenere invariati i piatti tipici della cucina italiana, cosa che purtroppo accade spesso da queste parti.

Non di rado capita di trovare panna nella carbonara. Ma perchè allora continuare a chiamarla così?