Informazioni su Ursula Fait - Stefania Acerra

URSULA FAIT guida e accompagnatrice turistica ursulafait@hotmail.com https://www.facebook.com/Ursula-Fait-guided-tours-in-Romania-318899931560728/ Ursula Fait è accompagnatrice turistica dal 1986 e guida della città di Milano dal 1995. Accompagnatrice per AFA Tours Inc., NY. Come guida lavora per il Centro Guide Milano, con tour operator e agenzie italiane e straniere, incentives, scuole, turisti. Svolge sia itineari classici che particolari, tra i quali: “Milano capitale dell’Impero romano”, “Simboli e figure mitologiche nella scultura romanica”, “Tintoretto a palazzo Clerici”… Non di rado le è capitato di uscire dagli schemi e ritrovarsi a far la guida-babysitter a 6 ragazzini texani, a fare un giro città in Vespa, a fare tour fotografici. Trasferitasi a Bucarest, dal 2006, offre i suoi servizi di guida anche nella capitale Romena. Nel 2012 ha pubblicato un libro-guida sul centro storico della città “Caravanserais. La vita a Bucarest nel XVIII secolo”. Crea e organizza tour culturali e fotografici anche in giro per la Romania. Appassionata fotografa ha partecipato a diverse mostre, a Milano e a Bucarest. Attualmente vive tra Bucarest e Milano dove ha ripreso la sua attività di guida. Parla Italiano, Inglese, Romeno.

Mircea Eliade, storia di un amore

Maitreyi

Natale, tempo di vacanze e di regali…mi pare un buon momento per parlare di un bellissimo libro, magari a qualcuno verrà la curiosità di leggerlo o regalarlo. Si tratta di un autore rumeno molto conosciuto, Mircea Eliade, intellettuale tra i più importanti della sua generazione e del quale si sente spesso parlare per i suoi studi sulle religioni, per i sui saggi, filosofici e antropologici. Ma tra i suoi scritti, a mio avviso parecchio impegnativi, questo romanzo merita di essere conosciuto.

Maitreyi, la storia piuttosto autobiografica (Eliade parte dalla Romania nel 1928 per l’India, dove rimane quattro anni, con una borsa di studio) di Allan, un giovane ingegnere inglese che si innamora della figlia sedicenne dell’uomo che lo aveva accolto nella sua casa.

Un amore intenso, sensuale, appassionato (e appassionante), illecito, tormentato e con molti richiami alla spiritualità induista. Una romantica storia d’amore, uno sfondo indiano intriso di religiosità e un triste epilogo. Allan e Maitreyi, due sfortunati amanti come Tristano e Isotta, Giulietta e Romeo o Paolo e Virginia? No. La storia non finisce con le pagine del libro, ha  un prosieguo piuttosto singolare.

na hanyateQuando Mircea Eliade pubblicò  il romanzo nel 1933  fu un successo nazionale ed internazionale, ma non tanto da raggiungere la lontana India. Solo nel 1972, Maitreyi ne viene a conoscenza, grazie alla visita di un sanscritologo rumeno a Calcutta. Non prende bene la cosa, nonostante la vita le abbia riservato altre soddisfazioni (una famiglia e una carriera da poetessa), i suoi ricordi adolescenziali sono ancora vividi e dolorosi. Inoltre non si trova d’accordo su come la concupiscenza occidentale prevale sulla spiritualità indiana in quelle pagine. Ha solo una cosa da fare, scrivere una sua versione: Na Hanyate, l’amore non muore mai (nella versione italiana, Ciò che non muore), in cui la  storia d’amore recupera una profondità più poetica.

 

Quanti lavori nella letteratura universale trattano gli stessi fatti nella visione di due scrittori che erano, allo stesso tempo, i loro protagonisti? E che scrittori! Lui era Mircea Eliade e lei Maitreyi Devi, la figlia di Surendranath Dasgupta, il più grande filosofo indiano.

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Ma non finisce neanche qui. I due si rincontrano di nuovo, all’Università di Chicago, ormai anziani. Maitreyi, quasi cieca entra nella sua stanza. Lui, calvo e con gli occhi vitrei non riesce neppure a rivolgerle lo sguardo.

” Come posso guardarti, credi che Dante abbia mai pensato che avrebbe potuto rivedere Beatrice con occhi vivi?”

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La storica pasticceria Capsa.

cofeteria capsa sotto il titolo

Il periodo interbellico resterà nella storia di Bucarest come la sua vera età dell’oro, e questo si riflette nei diari, nei dipinti, nei film, ma soprattutto nei palazzi.Quelli dai tetti di ardesia, grigi e bombati che tanto ricordano quelli parigini. E non a caso in quegli anni veniva chiamata la Piccola Parigi (Micul Paris). Il tempo, gli eventi bellici e il comunismo hanno finito col distruggere molti luoghi storici, ma per fortuna non tutti. E’ il caso della pasticceria Capsa, nell’ambito dell’omonimo hotel, all’angolo tra Calea Victoriei e Strada Edgar Quinet, di fronte al Circolo Militare.

capsa alta dataFondata nel 1874 dai fratelli Capsa, a questi va il merito, di aver introdotto in quest’angolo di Europa le delizie della pasticceria francese. Non più solo baklave ottomane, ma eclairs, madeleines, meringhe e bonbons che in poco tempo hanno reso celebre questa pasticceria. Qualche anno dopo Grigore Capsa decide di ampliare le sue prospettive aprendo anche un hotel, che ha visto accogliere molti dei personaggi più significativi della Belle Epoque come Cleo De Merode, Caruso, Sarah Bernard. In poco tempo la fama di questo luogo attraversa i confini ricevendo una medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Parigi del 1889.

Queste le parole di Paul Morand, trovate su un numero de Le Marianne (settimanale politico-letterario di Parigi ) dell’agosto 1935.

marianne   “ Immaginate, riunite in una casa dall’apparenza modesta e desueta, quattro vecchie glorie europee: il ristorante Foyot, la confetteria Rumpelmayer, il cafè Florian e l’hotel Sacher.”Ma ecco cosa scrive a proposito della pasticceria:

“Tutta Bucarest si ritrova al Capsa, che è il timpano di questo grande orecchio che è Bucarest, città del pettegolezzo, nelle sale di questa pasticceria dove vengono fatte  fuori praline e reputazioni. E’ parigina per i petits  fours e per la lingua che si parla, viennese per i loro indianerkrapfen e i loro strudel di mele, russa per le torte calde ripiene di carne, greca per le confetture, turca per la baklava e i sorbetti.

A mezzogiorno appaiono quelle anziane signore che si possono vedere nella provincia all’uscita della messa.

capsa vecchia fotoA seguire le commesse dei negozi, in nero e dai colletti bianchi, si atteggiano a “padrone” davanti a lucide torte al cioccolato e fondants colorati. Imbacuccate nelle loro pellicce, che non sono ornamentali come in occidente, ma fondamentali come in Russia, in stivali di gomma, le casalinghe vengono ad ordinare (in francese) le caramelle. Verso le 12,30 arrivano i “giovanotti” che si incontrano con i loro amici d’infanzia. E’ l’ora della colazione (Bucarest è l’ultima città dove è possibile incontrare i perditempo stile 1900, quei figli di papà incapaci di radersi da soli e che si svegliano a mezzogiorno). A parte l’acquavite di prugne, la tzuica nazionale, che serve a riscaldare in inverno, qui non si consumano alcoolici. Ci sono ben altre pasticcerie famose, Nestor, Zamfiresco, Au Palais, ma in fin dei conti,l’arcana verità è il Capsa. Bisogna, mangiando un sandwich al caviale vicino alla vetrina o al banco, assistere alla sfilata dei piccoli militari dagli alti gradi, degli attachè stranieri, di politici, di celebri avvocati, di nobildonne, di Egerie politiche, di attrici e di spie. Bisogna vedere queste persone ricevere docce di complimenti, vedere questi pianeti e i loro satelliti, osservare, schedare, spulciare le persone che entrano nell’angolo visivo di quelli seduti, per capire che Bucarest non è altro che una grande famiglia.”

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Cosa resta di tutto questo? Nulla o poco più. Un piccolo esercizio  da cui certo non traspare la sua vita precedente. Ma la qualità resta ancora eccellente. Sicuramente merita una breve visita, anche solo per gustare petits fours e praline, i cui sapori invece, richiamano l’atmosfera perduta.

 

Tra le torte spicca la cioccolatosa Joffre cake, creata dalla maison Capsa nel 1920 in occasione della visita in Romania del celebre maresciallo francese (è quello del massacro di Verdun). Di questa è possibile anche gustarne la versione mignon, estasi per il palato.

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Seneca, l’anticafè

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A due passi dal consolato italiano, al numero 1 di Strada Ion Mincu, ecco un altro luogo originale di Bucarest, il Seneca AntiCafè.

seneca salottoUn accogliente spazio in cui si può leggere, rilassarsi, navigare e lavorare (a disposizione oltre ai pc, tablet, scanner, stampanti, proiettore, diverse stanze e per finire un piccolo anfiteatro). La formula è “all you can stay”, per soli 8 lei l’ora (meno di 2 euro) è possibile usufruire di quanto detto e di un vasto assortimento di tè, biscotti, snack salati e frutta “all you can eat” a disposizione nell’ampio spazio cucina.

Un forno a microonde permette di poter scaldare cibo portato da casa (perchè no?) e dopo, naturalmente, tutto deve finire in lavastoviglie, proprio come a casa.

seneca cucina

 

Non c’è il caffè, ma se proprio non se ne può fare a meno, nella French Bakery accanto è previsto uno sconto per i frequentatori del Seneca.

Libri in vendita ed una biblioteca in cui è possibile trovare un ricco assortimento di volumi e riviste in francese, inglese, spagnolo, tedesco, russo e italiano.

seneca libreria Dopo 5 ore non si paga più, ma a disposizione ci sono pacchetti che prevedono fino a 30 giorni, a 700 lei, poco più di 150 euro.

Non appena passata la soglia, si lascia il proprio nome e si diventa Cicerone, Brecht, Alice Munro o qualsiasi altro filosofo o scrittore attraverso una tesserina segnatempo e segnalibro. Io oggi ho scelto Giordano Bruno, insieme ad un profumatissimo tè alla lavanda e biscotti all’uvetta.

seneca libri itaAver scelto il nome di Seneca non è casuale, lui si che la sapeva lunga sul tempo!

“Nulla ci appartiene, solo il tempo è nostro”, scriveva a Lucilio. Ed io renderei obbligatoria, appena arrivati all’età della ragione, la lettura della “Brevità della vita”, affinchè la consapevolezza non arrivi mai troppo tardi… ma questa è un’altra storia. Non sono state tali considerazioni a suggerire il nome di questa attività nata tre anni fa, sulla scia di altre capitali europee.

L’idea nasce da quello della Casa Editrice Seneca che qualche anno fa ha lanciato la collana “In Due”, in cui il filosofo veniva messo faccia a faccia con un giovane degli anni 2000. Insomma un’idea per avvicinare allo stoicismo e capire l’origine di tutti i manuali di autogestione. Ed uno spazio così rappresentava una bella piattaforma.

Da qui l’idea di dare un prezzo al tempo, ma ovviamente il suo valore è dato da come lo si impiega!

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A Bucarest non c’è niente da vedere.

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A Bucarest non c’è niente da vedere?

Sembra essere un titolo provocatorio volto a contrastare i soliti pregiudizi e stereotipi che spesso si hanno su questa città. Invece no, è un giallo, anzi un noir. Tutto ambientato a Bucarest nei giorni nostri.

L’autore è Federico Collesei, da sette anni docente di lingua italiana in un liceo bilingue, e con la curiosità che contraddistingue noi italiani, ha osservato ogni giorno le varie situazioni, e contraddizioni , di questa città.

Il racconto narra di un omicidio a cui assiste casualmente il giovane Paducel. E l’ispettore Razvan, attraverso le molte ombre di Bucarest, conduce le indagini fino alla fine. Una storia in cui è stato capace di inserire in maniera naturale e diretta la Storia, quella che la Romania cerca di scrollarsi di dosso, ma che resta ancora viva nelle abitudini.

Quando si parla di narrativa rumena, intendo quella tradotta, quindi accessibile a tutti, spesso si  incontrano le solite tematiche rivolte al passato. A questo aggiungo, almeno per la mia esperienza, una sintassi e dei contenuti che richiedono “l’obbligo di transito con catene”, volendo usare una metafora…

Eppure ci sono parecchi giovani e frizzanti autori che meriterebbero di essere tradotti.

Non è facile trovare un testo (in italiano) che descriva la società attuale rumena, dove alla dittatura si è sostituito prepotentemente il consumismo, senza passaggi intermedi. Una società divisa tra ombre e parvenu, nella quale regna incontrastato il mito della BMW (Beeemmve).

Credo che l’autore abbia fatto tesoro delle voci dei ragazzi con i quali quotidianamente ha a che fare. Nipoti, più che figli, della Rivoluzione. E sottolineo il riferimento ai nipoti, in questo paese dove la figura dei nonni ha un ruolo molto significativo. Il grande fenomeno migratorio ha portato questi ultimi in molti casi a sostituirsi ai genitori.

Tutto si svolge intorno al Parco Kiseleff, sotto l’occhio attento del Monumento degli Eroi dell’Aria (Eroilor Aerului), che nel racconto risulta avere un valore simbolico. Come pure lo hanno i corvi, i cani randagi, i bosketari (i ragazzi che vivono nella rete di canali sotterranei), e tutti insieme danno forma ad uno scenario quasi fantastico, piacevolmente surreale….ma non voglio aggiungere altro. Merita di essere letto.

“La lettura è il viaggio di chi non può prendere il treno”, diceva il drammaturgo De Croisset, in altri tempi. Ora viaggiare è facile, ma non sempre si riesce a cogliere l’anima dei paesi che si visitano. La narrativa aiuta!

Il testo, edito dalla ExCogita, è stato presentato alla Fiera del Libro di Torino 2017, e selezionato da MasterBook, Master di specializzazione dell’ Editoria promosso da IULM.

Chi fosse interessato a visite guidate di Bucarest o della Romania può contattare Ursula.

 

 

 

Il museo del Kitsch di Bucarest

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“Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare…”, è questo che deve aver pensato Cristian Lica tanto da essere spinto ad aprire il Museo del Kitsch in Strada Covaci, nel cuore di Bucarest.
Per venti anni ha raccolto oggetti di dubbio gusto in giro per la Romania ed ora sono lì a raccontarci un pezzo di storia e di folklore di questa terra.
Ad iniziare con la paccottiglia di Dracula, un vero business per i commercianti, visto che dall’altro lato i turisti continuano (ahimè) a farne incetta…
Segue il kitsch religioso, dove a vedere un tappeto con l’immagine dell’ultima cena, o un crocifisso a led ci si chiede se Umberto Eco sarebbe stato ancora capace di definire queste cose “opere d’arte riuscite male” .

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Il kitsch comunista, con una serie di oggetti sulla propaganda, slogan, testate giornalistiche e altra roba con cui il popolo rumeno ha dovuto convivere per anni, motivo per cui ai locali viene simpaticamente offerta una riduzione sul biglietto.
Animali impagliati ed altri articoli di arredamento che fanno sorridere, qualcuno di essi era anche nelle nostre case, ora con generosità li chiamiamo “vintage”, ma a dire il vero erano brutti anche allora.

 

 

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Il Kitsch zingaro, con le loro ostentazioni, i loro palazzi, che qui si chiamano Kastellos, i cui tetti ricordano le pagode, e dove dentro si può trovare di tutto, dalle maniglie d’oro alle belve feroci in gabbia.
Ma la genialità di Cristian Lica è stata voler scherzare e mostrare ai turisti ( molti giornali stranieri hanno parlato di questo museo) un aspetto della Romania, che davvero fa sorridere. Ogni paese ha una sua tipologia di genere umano le cui caratterizzazioni hanno fatto la fortuna di molti personaggi televisivi.

 

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Regalo di nozze!

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Festeggiamento di un battesimo, arriva la limousine con a bordo la bambina e le madrine.

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Quella rumena è data da Pițipoanca  e Cocalar. Ma chi sono?
piti (2)La  Pițipoanca è facilmente riconoscibile dalle ciglia finte, la cui lunghezza provoca un vero spostamento d’aria, dall’abbigliamento molto appariscente e dall’altezza dei trampoli. La foggia è sempre la stessa, sul ghiaccio in inverno e in piscina d’estate. Si può avvistare ovunque, il suo habitat naturale è la discoteca, ma di solito caccia anche in territori aperti. E’ possibile avvistarla in branchi, nelle toilette dei club, il trucco, di vitale importanza per la sopravvivenza della specie, richiede un impegno costante. Ama farsi fotografare, e se non lo fanno gli altri lo fa da sè, immortalandosi in selfie che poi mette in rete e che dopo una serie di giri è facile che vadano a finire…nel museo del Kitsch!
cocalar (2)Compagno ideale della Pițipoanca  è il Cocalar. Facilmente riconoscibile dalla macchina e dalla pancia, entrambe di grossa cilindrata. Il cocalar ha sempre con sè ingenti somme di danaro, solitamente contanti e voluminosi, che ama mostrare e sventolare.
Camicia semi aperta, collana ed occhiali scuri, tutto rigorosamente griffato.
Avanza solitamente a ritmo di Manele, genere di musica melodica (bandito dagli intellettuali) che ha come rappresentante Florin Salam.
Al pari di un lama peruviano ama sputare, sementi o materiale organico…motivo per cui è bene se capita di incontrarne uno, tenersene ad una distanza di sicurezza.
Ecco un video molto esplicativo su come diventare uno di loro.
Ovviamente abbiamo scherzato nel presentarli così, ogni paese ha la sua “fauna locale”!
La visita termina con una sequenza fotografica che appare su uno schermo, dove l’ideatore del museo si è divertito a mostrare una serie di situazioni e personaggi, in cui il kitsch diventa vero e proprio trash. Immagini per nulla estranee per chi vive da queste parti.

Termino con queste due foto, si tratta di automobili moldave, e non rumene, per sottolineare ancora una volta che il cattivo gusto è in agguato anche oltre confine.

La prima è completamente ricoperta di strass, l’altra è una limousine (Chrysler pt Cruiser) spesso usata per i matrimoni. What else?

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Chi fosse interessato a visite guidate di Bucarest o della Romania può contattare Ursula.

Il Palazzo Mogosoaia e la sua illustre “inquilina”.

Palatul-Mogosoaia

E’ primavera, la natura si risveglia e ricominciano le gite fuori porta.

Uno dei luoghi più amati, ad appena dieci km da Bucarest è il Parco Mogosaia, dove paesaggio e storia armoniosamente si combinano. Un vero paradiso per i bambini, con divertimenti e casette sugli alberi. Caffetterie, ristoranti e enormi aree destinate ai picnic. Mi piace sottolineare che “la gratar” (la grigliata) è uno dei passatempi preferiti delle famiglie rumene. E non solo di queste, visto che il PICNIC-IT è ormai diventato un appuntamento annuale in cui, sotto la regia di Ezio, il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura, la comunità italiana ama riunirsi per trascorrervi una piacevole giornata sull’erba.

Ma, divertimenti a parte, all’interno di questo splendido parco, si trova il Palazzo Reale, una meta da non perdere.

Fatto costruire agli inizi del ‘700 dal principe di Valacchia, Constantin Brancoveanu, che ha dato origine all’omonimo stile, spesso riproposto in chiese e monasteri, dove gli elementi di architettura islamica e quelli di arte barocca si fondono insieme.

 

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Ma il vero fascino di questo palazzo non è nella sontuosità, di cui, dopo una serie di vicissitudini storiche ne è del tutto privo, ma nella storia della sua più celebre inquilina, Marthe Bibesco.

Questo nome oggi a molti di noi non dice nulla, eppure si tratta di una delle donne più famose e fotografate d’Europa del secolo scorso. Forse, per gli appassionati della letteratura francese il nome Lucile Decaux, pseudonimo dietro il quale si celava, potrebbe risultare più familiare.

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Marthe era bella, ricca, affascinante e colta. I suoi scritti, a soli 22 anni le hanno fatto guadagnare riconoscimenti dall’Académie Francaise. Proust li lodò in termini entusiastici. Era la regina incontrastata dei migliori salotti parigini, come il fauburg Saint-Germain, nel quale frequentava, oltre allo stesso Proust, Paul Morand, Valery, George Bernard Shaw, ed altri letterati del tempo. Ma chi era? Era una principessa, ma una principessa triste.

Nasce nel 1886 a Bucarest come Marthe Lucile Lahovari, in una delle famiglie più aristocratiche rumene. Suoi padre, ministro degli Esteri e, spesso in Francia, fa si che i suoi figli crescano in questo paese, motivo per cui solo all’età di 11 anni inizia a parlare la lingua rumena.

marthe sposaA 16 sposa il principe George Valentin Bibesco, diplomatico, aviatore e presidente della Federazione Aeronautica, un matrimonio infelice. Lei stessa in seguito scriverà :”Dare una vergine ad un uomo è come mettere uno Stradivari in mano ad una scimmia”.Nel 1905 suo marito viene nominato da Carol I per una missione diplomatica presso lo Scià di Persia, Mozaffar al-Din. Marthe lo accompagna. A Yalta incontra Maxim Gorky, lì in esilio. Annota le sue impressioni di viaggio e poco dopo pubblica quel bellissimo affresco che è gli “Otto paradisi” (Edizioni Sellerio), un vero gioiello per chi ama la letteratura di viaggi.

Seguiranno molti altri scritti, tra cui Il Pappagallo verde, Al ballo con Proust, Katia ( la storia di Ekaterina Dolgorukova, moglie morganatica dello zar Alessandro II e portata sullo schermo da una giovanissima Romy Schneider).

E poi quello che secondo me è il più bello di tutti “Izvor, il paese dei salici”, uno studio antropologico sull’anima dei contadini rumeni.

Mi sono divertita a cercare sue notizie su Gallica, l’emeroteca francese ed ho trovato molti articoli curiosi sui rotocalchi dell’epoca. Come si vestiva per andare a teatro, gli eventi che organizzava, la sua brillante vita sociale. Fu l’unica “francese” che oltrepassò la Porta di Brandeburgo seduta accanto a Guglielmo di Prussia (diritto riservato solo alla famiglia reale), e oltretutto lo fece nel difficile periodo in cui l’equilibrio tra Francia e Germania era precario a causa della questione dell’Alsazia-Lorena.

Assidua frequentatrice dell’Orient Express, aveva viaggiato negli Usa. Mircea Eliade l’aveva definita, con ragione, “un’europea del futuro”.

marthe anni 20Apparentemente una vita invidiabile, ma la realtà era assai diversa. Tutta la sua esistenza fu accompagnata da grandi dolori.

Ricevette in dono dal marito fedifrago il Palazzo di Mogosaia, ed in questo lei investì tutti i suoi averi, diventando il luogo in cui amava ritirarsi per circondarsi dei suoi più cari amici. Marcel Proust, Winston Churchill, Charles De Gaulle, Alfonso XIII di Spagna, sono solo alcuni dei celebri personaggi che vi hanno soggiornato.

Una serie di amori infelici, come quello per l’attachè militare Christopher Birdwood Thomson, morto nel dirigibile R101, disastro ben raccontato nel brano degli Iron Maiden, Empire of the Cloud (una canzone che dura ben 18 minuti).

E poi il comunismo, che la costringe ad abbandonare per sempre la sua amata residenza (requisita dallo Stato), trasferirsi in Francia, e ad allontanarsi per molti anni dalla sua unica figlia Valentine, catturata e messa in carcere col marito Dimitrie Ghika. Potrà riabbracciarli solo nel 1956, all’aeroporto di Londra, grazie all’intervento di Bulganin, premier dell’Unione Sovietica.

Marthe è costretta a lavorare per vivere, e fa quello che le riesce meglio. Collabora con molte riviste di moda, come Vogue, Marie Claire e continua la  produzione letteraria, che si concluderà con la sua ultima opera, La Ninfa Europa, dove racconta la storia della sua famiglia.

Muore a Parigi, nel 1973, all’età di 82 anni.

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Marthe Bibesco nel ritratto di Giovanni Boldini

Arte contemporanea in Romania

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Şerban Savu, Weekend 2 , 2007

Qualche giorno fa mi è capitato di conoscere Sandro Naglia , direttore d’orchestra e tenore, in Romania per un concerto. Pur essendo nato a Potenza e vivendo da anni in Veneto,è cresciuto nella mia cara Pescara. Complice la comune “abruzzesità”, l’indomani decidiamo di fare insieme un giro della città, puntando su quei luoghi che escono fuori dai soliti itinerari turistici.E così, nell’atmosfera berlinese di uno dei miei ristoranti preferiti di Bucarest(l’Alt Shift), di fronte alla parete raffigurante il fraterno bacio di Breznev e Honecker, Sandro mi racconta della sua grande passione per l’arte contemporanea e della sua collaborazione con il sito Collezione da Tiffany.

Non l’ho mai fatto prima, ma dopo aver letto il suo interessante resoconto di una giornata dedicata totalmente all’arte rumena contemporanea, ho deciso di riportarlo per intero.

Buona lettura!

Una gita a… Bucarest: arte contemporanea in Romania.

Dite la verità: cosa conoscete di arte contemporanea romena? Credo che i primi nomi che vengano in mente nel rispondere a questa domanda, per motivi quasi opposti e includendo involontariamente in un arco temporale tutto il Novecento, siano quelli di Constantin Brâncuşi e di Adrian Ghenie. Il primo (1876-1957) è stato uno dei più grandi scultori del XX secolo; il secondo (n. 1977) è uno dei giovani pittori contemporanei attualmente più in crescita nel mercato dell’arte: dopo aver stabilito nel febbraio 2016 in un’asta londinese di Sotheby’s il record assoluto per un dipinto di artista romeno, con I girasoli del 1937 battuto a 2,6 milioni di sterline (hammer price), ha poi surclassato il proprio record nell’ottobre successivo, sempre a Londra, con Nickelodeon venduto a 6,2 milioni di sterline da Christie’s.

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Adrian Ghenie, Nickelodeon, 2008

Tra questi due nomi in verità non molto è passato nella storia dell’arte romena, almeno quanto a visibilità internazionale, anche a causa delle note vicende politiche della nazione; si possono citare i nomi di Victor Brauner (1903-1966), Daniel Spoerri (1930) e Ana Lupas (1940), oggetto — quest’ultima — di riscoperta in questi recentissimi anni: ultimamente la Tate Modern ha acquisito ed esposto una sua installazione, The solemn process (realizzata in tre diverse fasi tra il 1964 e il 2008), e la Lupas è presente anche nella mostra in corso al Museion di Bolzano The force of photography. Ghenie a sua volta è la punta di diamante di una generazione di giovani artisti romeni che vede protagonisti, a livello internazionale, anche Victor Man (1974) e Mircea Cantor (1977), il primo con la sua pittura dai colori scuri piena di reminiscenze iconografiche, il secondo con la sua rivisitazione poetica della pratica del ready-made.

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Mircea Cantor, Rosace, 2007

Con la mia curiosità per la produzione artistica dei paesi poco sotto i riflettori, e approfittando di un soggiorno a Bucarest (ospitato, in maniera squisita, dall’Istituto Italiano di Cultura), decido di approfondire il panorama dell’arte contemporanea in Romania con la visita a un museo e a qualche galleria “di tendenza”. Il museo è ovviamente il Museo Nazionale di Arte Contemporanea, creato nel 2001 e dal 2004 insediato in un’ala del celebre e immenso Palazzo del Parlamento voluto da Ceauşescu negli anni Ottanta. Il Museo (che ha ospitato mostre curate, tra gli altri, da Hans Ulrich Obrist e Nicholas Bourriaud) si sviluppa su cinque livelli: un parterre e quattro piani con grandi e ariosi spazi in un elegante allestimento. L’ingresso è gratuito. Vi trovo in corso sei eventi: due retrospettive (Mihai Olos e Nistor Coita – entrambe fino al 26 aprile), la prima mostra in Romania dell’artista austriaco Oliver Ressler (Proprietatea e furt – La proprietà è furto, anch’essa aperta fino al 26 aprile), la performance di Cian McConn&Vivienne Griffin EU ≤ NOI / I as in Us (cui però non sono riuscito ad assistere – proposta fino al 23 aprile), un allestimento di video di Irina Botea Bucan (26 aprile) e — nel parterre — Another view on the collection as archive, che durerà invece fino all’8 ottobre.

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Il Muzeul Naţional de Artă Contemporană di Bucarest

Quest’ultimo è un allestimento sorprendente e affascinante: in pratica la messa in mostra (o la riproduzione) del magazzino del museo con le opere affastellate in ordine sparso, ognuna col suo cartellino identificativo d’inventario. Le une accanto alle altre, troviamo opere di ispirazione modernista (in alcuni casi Brâncuşi ha fatto scuola!), astratto informale e materico, Realismo Socialista e perfino arte cinetica e qualche installazione — alquanto sconosciuti gli autori, a parte una grande tela (cm 100×350) di Mircea Cantor: Cer variabil (Cielo variabile, 2007-2013), donata recentemente dall’artista. Facile a volte riconoscere i modelli occidentali cui questi artisti guardavano. Affiorano poi tutta una serie di busti e ritratti di Ceauşescu, da solo o con la moglie Elena, alcuni in uno stile più vicino al Realismo Socialista di stampo cinese post-Rivoluzione Culturale che a quello propriamente sovietico — effettivamente dagli anni ’70 in poi Ceauşescu si avvicinò ai modelli comunisti dell’estremo oriente —, alcuni altri, invece, anche interessanti dal punto di vista pittorico.

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Una vista di Another view on the collection as archive

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Mihai Olos, Untitled, oil on wood, 30 x 20 cm., courtesy of Olos Estate.

La grande retrospettiva dedicata a Mihai Olos (1940-2015) attraversa tutte le proteiformi fasi di questo artista di per sé proteiforme (fu anche poeta, saggista e performer): dall’astrattismo virante verso la op-art degli anni Sessanta al figurativismo di marca surrealista degli anni Ottanta che richiama soprattutto Masson (e, curiosamente, qualche volta anche Luigi Ontani); dalla grande installazione per il Cinema “Dacia” di Baia Mare, realizzata con placche di alluminio lavorato (di cui viene ricostruita solo una parte, perché l’originale intero copriva 120 mq di superficie) alle sculture in legno e ceramica. Tuttavia la parte più interessante della sua produzione mi appare quella delle piccole sculture — tra costruttivismo e origami, se mi permettete questo paradosso — realizzate letteralmente con ogni tipo di materiale: carta, cartone (inclusi sottobicchieri da birreria e cartone pressato per confezioni di uova), spago, matite, garza, plastica, polistirolo ecc. Di qui soprattutto il titolo dato alla mostra: Efemeristul / The Ephemerist.

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Nistor Coita, Sauroctonies, acrylic on canvas, 115 x 99 cm, 2011, photo Ioan Cuciurcă, courtesy of Irina Predescu.

 

Meno affascinante l’opera di Nistor Coita (1943), il cui segno un po’ ossessivo dà vita a figurette di volta in volta angeliche o archetipiche, spesso con una forte valenza erotica che le apparenta lontanamente a certe immagini di Carol Rama. Personalmente di questo artista trovo più interessanti le incisioni che le pitture. Il percorso video di Irina Botea Bucan (1974) Apostrof. Totul a început cu o ezitare a portarului (Apostrofe. Tutto è iniziato con l’esitazione del portiere) costituisce la sesta e ultima parte di un progetto iniziato nel 2014 e intitolato Punctul alb şi cubul negru (Il punto bianco e il cubo nero): tredici in totale i video proiettati (di cui sei riuniti in un’unica installazione), realizzati tra il 2003 e il 2016. La Bucan ha partecipato nel 2013 alla Biennale di Venezia, e ha esposto anche al Centre Pompidou, al Jeu de Paume, al Reina Sofia di Madrid e alla Biennale di Gwangju.

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Irina Botea Bucan, Impersonation, still da video, 2014

 

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Oana Năstăsache, Senza titolo, 2015

Bucarest ha, ovviamente, anche alcune gallerie d’arte “di tendenza”: una delle più note è la 418 Gallery, che ha appena concluso una collettiva intitolata An abstract feeling – Young Romanian artists con la partecipazione di sei artisti giovanissimi, tra i quali trovo promettente Oana Năstăsache (1992). Vi sono poi le due gallerie “internazionali” di Bucarest: la Galeria Nicodim , la cui prima sede è stata aperta a Los Angeles nel 2006 (poi a Bucarest nel 2012), e la Anaid Art Gallery, che dall’anno passato ha aperto una sede anche a Berlino. Altre gallerie d’arte contemporanea degne di nota sono Aiurart ; H’art, che ha una seconda sala H’art Appendix in Calea Victoriei, la “spina dorsale” del centro di Bucarest; Zorzini . Vi è poi Artmark , (in un palazzo ottocentesco dai bellissimi interni) che è galleria ma soprattutto casa d’aste: tra le opere esposte, mescolate a memorabilia calcistiche (inclusa la maglia indossata dal tale giocatore nella tale partita, perfettamente incorniciata…), trovo una scultura-assemblage di Spoerri degli anni ’70 (Raccourci), una bella tecnica mista 40×30 cm di Ghenie del 2001 (Enigma), alcuni quadri figurativi interessanti di Şerban Savu (1978) e anche un piccolo studio, matita su carta, di Nicolae Grigorescu (1838-1907) che è stato il più grande pittore romeno dell’Ottocento, formatosi in Francia alla Scuola di Barbizon.

A questo proposito, segnalo anche che al Museo dei Collezionisti d’Arte — creato nel 1978 e basato sulle grandi collezioni private confiscate dallo Stato all’epoca dell’insediamento del regime comunista (rinnovato poi nel 2003 con un nuovo allestimento) — è in corso fino al 30 aprile la mostra Pittura romena (1875-1945) dalla Collezione della Fondazione Bonte. Una sessantina le tele esposte (in generale di non eccezionale interesse) di alcuni tra i maggiori pittori romeni attivi nella prima metà del XX secolo, tra cui lo stesso Grigorescu (bello il piccolo Vaso con fiori di primavera), Ştefan Dimitrescu (1886-1933 — bello un suo Nudo) e Ştefan Popescu (1872-1948), di cui è esposto un cezanniano Paesaggio con alberi.