Il Palazzo Mogosoaia e la sua illustre “inquilina”.

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E’ primavera, la natura si risveglia e ricominciano le gite fuori porta.

Uno dei luoghi più amati, ad appena dieci km da Bucarest è il Parco Mogosaia, dove paesaggio e storia armoniosamente si combinano. Un vero paradiso per i bambini, con divertimenti e casette sugli alberi. Caffetterie, ristoranti e enormi aree destinate ai picnic. Mi piace sottolineare che “la gratar” (la grigliata) è uno dei passatempi preferiti delle famiglie rumene. E non solo di queste, visto che il PICNIC-IT è ormai diventato un appuntamento annuale in cui, sotto la regia di Ezio, il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura, la comunità italiana ama riunirsi per trascorrervi una piacevole giornata sull’erba.

Ma, divertimenti a parte, all’interno di questo splendido parco, si trova il Palazzo Reale, una meta da non perdere.

Fatto costruire agli inizi del ‘700 dal principe di Valacchia, Constantin Brancoveanu, che ha dato origine all’omonimo stile, spesso riproposto in chiese e monasteri, dove gli elementi di architettura islamica e quelli di arte barocca si fondono insieme.

 

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Ma il vero fascino di questo palazzo non è nella sontuosità, di cui, dopo una serie di vicissitudini storiche ne è del tutto privo, ma nella storia della sua più celebre inquilina, Marthe Bibesco.

Questo nome oggi a molti di noi non dice nulla, eppure si tratta di una delle donne più famose e fotografate d’Europa del secolo scorso. Forse, per gli appassionati della letteratura francese il nome Lucile Decaux, pseudonimo dietro il quale si celava, potrebbe risultare più familiare.

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Marthe era bella, ricca, affascinante e colta. I suoi scritti, a soli 22 anni le hanno fatto guadagnare riconoscimenti dall’Académie Francaise. Proust li lodò in termini entusiastici. Era la regina incontrastata dei migliori salotti parigini, come il fauburg Saint-Germain, nel quale frequentava, oltre allo stesso Proust, Paul Morand, Valery, George Bernard Shaw, ed altri letterati del tempo. Ma chi era? Era una principessa, ma una principessa triste.

Nasce nel 1886 a Bucarest come Marthe Lucile Lahovari, in una delle famiglie più aristocratiche rumene. Suoi padre, ministro degli Esteri e, spesso in Francia, fa si che i suoi figli crescano in questo paese, motivo per cui solo all’età di 11 anni inizia a parlare la lingua rumena.

marthe sposaA 16 sposa il principe George Valentin Bibesco, diplomatico, aviatore e presidente della Federazione Aeronautica, un matrimonio infelice. Lei stessa in seguito scriverà :”Dare una vergine ad un uomo è come mettere uno Stradivari in mano ad una scimmia”.Nel 1905 suo marito viene nominato da Carol I per una missione diplomatica presso lo Scià di Persia, Mozaffar al-Din. Marthe lo accompagna. A Yalta incontra Maxim Gorky, lì in esilio. Annota le sue impressioni di viaggio e poco dopo pubblica quel bellissimo affresco che è gli “Otto paradisi” (Edizioni Sellerio), un vero gioiello per chi ama la letteratura di viaggi.

Seguiranno molti altri scritti, tra cui Il Pappagallo verde, Al ballo con Proust, Katia ( la storia di Ekaterina Dolgorukova, moglie morganatica dello zar Alessandro II e portata sullo schermo da una giovanissima Romy Schneider).

E poi quello che secondo me è il più bello di tutti “Izvor, il paese dei salici”, uno studio antropologico sull’anima dei contadini rumeni.

Mi sono divertita a cercare sue notizie su Gallica, l’emeroteca francese ed ho trovato molti articoli curiosi sui rotocalchi dell’epoca. Come si vestiva per andare a teatro, gli eventi che organizzava, la sua brillante vita sociale. Fu l’unica “francese” che oltrepassò la Porta di Brandeburgo seduta accanto a Guglielmo di Prussia (diritto riservato solo alla famiglia reale), e oltretutto lo fece nel difficile periodo in cui l’equilibrio tra Francia e Germania era precario a causa della questione dell’Alsazia-Lorena.

Assidua frequentatrice dell’Orient Express, aveva viaggiato negli Usa. Mircea Eliade l’aveva definita, con ragione, “un’europea del futuro”.

marthe anni 20Apparentemente una vita invidiabile, ma la realtà era assai diversa. Tutta la sua esistenza fu accompagnata da grandi dolori.

Ricevette in dono dal marito fedifrago il Palazzo di Mogosaia, ed in questo lei investì tutti i suoi averi, diventando il luogo in cui amava ritirarsi per circondarsi dei suoi più cari amici. Marcel Proust, Winston Churchill, Charles De Gaulle, Alfonso XIII di Spagna, sono solo alcuni dei celebri personaggi che vi hanno soggiornato.

Una serie di amori infelici, come quello per l’attachè militare Christopher Birdwood Thomson, morto nel dirigibile R101, disastro ben raccontato nel brano degli Iron Maiden, Empire of the Cloud (una canzone che dura ben 18 minuti).

E poi il comunismo, che la costringe ad abbandonare per sempre la sua amata residenza (requisita dallo Stato), trasferirsi in Francia, e ad allontanarsi per molti anni dalla sua unica figlia Valentine, catturata e messa in carcere col marito Dimitrie Ghika. Potrà riabbracciarli solo nel 1956, all’aeroporto di Londra, grazie all’intervento di Bulganin, premier dell’Unione Sovietica.

Marthe è costretta a lavorare per vivere, e fa quello che le riesce meglio. Collabora con molte riviste di moda, come Vogue, Marie Claire e continua la  produzione letteraria, che si concluderà con la sua ultima opera, La Ninfa Europa, dove racconta la storia della sua famiglia.

Muore a Parigi, nel 1973, all’età di 82 anni.

Chi fosse interessato a visite guidate di Bucarest o della Romania può contattare Ursula.

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Marthe Bibesco nel ritratto di Giovanni Boldini

Arte contemporanea in Romania

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Şerban Savu, Weekend 2 , 2007

Qualche giorno fa mi è capitato di conoscere Sandro Naglia , direttore d’orchestra e tenore, in Romania per un concerto. Pur essendo nato a Potenza e vivendo da anni in Veneto,è cresciuto nella mia cara Pescara. Complice la comune “abruzzesità”, l’indomani decidiamo di fare insieme un giro della città, puntando su quei luoghi che escono fuori dai soliti itinerari turistici.E così, nell’atmosfera berlinese di uno dei miei ristoranti preferiti di Bucarest(l’Alt Shift), di fronte alla parete raffigurante il fraterno bacio di Breznev e Honecker, Sandro mi racconta della sua grande passione per l’arte contemporanea e della sua collaborazione con il sito Collezione da Tiffany.

Non l’ho mai fatto prima, ma dopo aver letto il suo interessante resoconto di una giornata dedicata totalmente all’arte rumena contemporanea, ho deciso di riportarlo per intero.

Buona lettura!

Una gita a… Bucarest: arte contemporanea in Romania.

Dite la verità: cosa conoscete di arte contemporanea romena? Credo che i primi nomi che vengano in mente nel rispondere a questa domanda, per motivi quasi opposti e includendo involontariamente in un arco temporale tutto il Novecento, siano quelli di Constantin Brâncuşi e di Adrian Ghenie. Il primo (1876-1957) è stato uno dei più grandi scultori del XX secolo; il secondo (n. 1977) è uno dei giovani pittori contemporanei attualmente più in crescita nel mercato dell’arte: dopo aver stabilito nel febbraio 2016 in un’asta londinese di Sotheby’s il record assoluto per un dipinto di artista romeno, con I girasoli del 1937 battuto a 2,6 milioni di sterline (hammer price), ha poi surclassato il proprio record nell’ottobre successivo, sempre a Londra, con Nickelodeon venduto a 6,2 milioni di sterline da Christie’s.

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Adrian Ghenie, Nickelodeon, 2008

Tra questi due nomi in verità non molto è passato nella storia dell’arte romena, almeno quanto a visibilità internazionale, anche a causa delle note vicende politiche della nazione; si possono citare i nomi di Victor Brauner (1903-1966), Daniel Spoerri (1930) e Ana Lupas (1940), oggetto — quest’ultima — di riscoperta in questi recentissimi anni: ultimamente la Tate Modern ha acquisito ed esposto una sua installazione, The solemn process (realizzata in tre diverse fasi tra il 1964 e il 2008), e la Lupas è presente anche nella mostra in corso al Museion di Bolzano The force of photography. Ghenie a sua volta è la punta di diamante di una generazione di giovani artisti romeni che vede protagonisti, a livello internazionale, anche Victor Man (1974) e Mircea Cantor (1977), il primo con la sua pittura dai colori scuri piena di reminiscenze iconografiche, il secondo con la sua rivisitazione poetica della pratica del ready-made.

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Mircea Cantor, Rosace, 2007

Con la mia curiosità per la produzione artistica dei paesi poco sotto i riflettori, e approfittando di un soggiorno a Bucarest (ospitato, in maniera squisita, dall’Istituto Italiano di Cultura), decido di approfondire il panorama dell’arte contemporanea in Romania con la visita a un museo e a qualche galleria “di tendenza”. Il museo è ovviamente il Museo Nazionale di Arte Contemporanea, creato nel 2001 e dal 2004 insediato in un’ala del celebre e immenso Palazzo del Parlamento voluto da Ceauşescu negli anni Ottanta. Il Museo (che ha ospitato mostre curate, tra gli altri, da Hans Ulrich Obrist e Nicholas Bourriaud) si sviluppa su cinque livelli: un parterre e quattro piani con grandi e ariosi spazi in un elegante allestimento. L’ingresso è gratuito. Vi trovo in corso sei eventi: due retrospettive (Mihai Olos e Nistor Coita – entrambe fino al 26 aprile), la prima mostra in Romania dell’artista austriaco Oliver Ressler (Proprietatea e furt – La proprietà è furto, anch’essa aperta fino al 26 aprile), la performance di Cian McConn&Vivienne Griffin EU ≤ NOI / I as in Us (cui però non sono riuscito ad assistere – proposta fino al 23 aprile), un allestimento di video di Irina Botea Bucan (26 aprile) e — nel parterre — Another view on the collection as archive, che durerà invece fino all’8 ottobre.

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Il Muzeul Naţional de Artă Contemporană di Bucarest

Quest’ultimo è un allestimento sorprendente e affascinante: in pratica la messa in mostra (o la riproduzione) del magazzino del museo con le opere affastellate in ordine sparso, ognuna col suo cartellino identificativo d’inventario. Le une accanto alle altre, troviamo opere di ispirazione modernista (in alcuni casi Brâncuşi ha fatto scuola!), astratto informale e materico, Realismo Socialista e perfino arte cinetica e qualche installazione — alquanto sconosciuti gli autori, a parte una grande tela (cm 100×350) di Mircea Cantor: Cer variabil (Cielo variabile, 2007-2013), donata recentemente dall’artista. Facile a volte riconoscere i modelli occidentali cui questi artisti guardavano. Affiorano poi tutta una serie di busti e ritratti di Ceauşescu, da solo o con la moglie Elena, alcuni in uno stile più vicino al Realismo Socialista di stampo cinese post-Rivoluzione Culturale che a quello propriamente sovietico — effettivamente dagli anni ’70 in poi Ceauşescu si avvicinò ai modelli comunisti dell’estremo oriente —, alcuni altri, invece, anche interessanti dal punto di vista pittorico.

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Una vista di Another view on the collection as archive

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Mihai Olos, Untitled, oil on wood, 30 x 20 cm., courtesy of Olos Estate.

La grande retrospettiva dedicata a Mihai Olos (1940-2015) attraversa tutte le proteiformi fasi di questo artista di per sé proteiforme (fu anche poeta, saggista e performer): dall’astrattismo virante verso la op-art degli anni Sessanta al figurativismo di marca surrealista degli anni Ottanta che richiama soprattutto Masson (e, curiosamente, qualche volta anche Luigi Ontani); dalla grande installazione per il Cinema “Dacia” di Baia Mare, realizzata con placche di alluminio lavorato (di cui viene ricostruita solo una parte, perché l’originale intero copriva 120 mq di superficie) alle sculture in legno e ceramica. Tuttavia la parte più interessante della sua produzione mi appare quella delle piccole sculture — tra costruttivismo e origami, se mi permettete questo paradosso — realizzate letteralmente con ogni tipo di materiale: carta, cartone (inclusi sottobicchieri da birreria e cartone pressato per confezioni di uova), spago, matite, garza, plastica, polistirolo ecc. Di qui soprattutto il titolo dato alla mostra: Efemeristul / The Ephemerist.

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Nistor Coita, Sauroctonies, acrylic on canvas, 115 x 99 cm, 2011, photo Ioan Cuciurcă, courtesy of Irina Predescu.

 

Meno affascinante l’opera di Nistor Coita (1943), il cui segno un po’ ossessivo dà vita a figurette di volta in volta angeliche o archetipiche, spesso con una forte valenza erotica che le apparenta lontanamente a certe immagini di Carol Rama. Personalmente di questo artista trovo più interessanti le incisioni che le pitture. Il percorso video di Irina Botea Bucan (1974) Apostrof. Totul a început cu o ezitare a portarului (Apostrofe. Tutto è iniziato con l’esitazione del portiere) costituisce la sesta e ultima parte di un progetto iniziato nel 2014 e intitolato Punctul alb şi cubul negru (Il punto bianco e il cubo nero): tredici in totale i video proiettati (di cui sei riuniti in un’unica installazione), realizzati tra il 2003 e il 2016. La Bucan ha partecipato nel 2013 alla Biennale di Venezia, e ha esposto anche al Centre Pompidou, al Jeu de Paume, al Reina Sofia di Madrid e alla Biennale di Gwangju.

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Irina Botea Bucan, Impersonation, still da video, 2014

 

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Oana Năstăsache, Senza titolo, 2015

Bucarest ha, ovviamente, anche alcune gallerie d’arte “di tendenza”: una delle più note è la 418 Gallery, che ha appena concluso una collettiva intitolata An abstract feeling – Young Romanian artists con la partecipazione di sei artisti giovanissimi, tra i quali trovo promettente Oana Năstăsache (1992). Vi sono poi le due gallerie “internazionali” di Bucarest: la Galeria Nicodim , la cui prima sede è stata aperta a Los Angeles nel 2006 (poi a Bucarest nel 2012), e la Anaid Art Gallery, che dall’anno passato ha aperto una sede anche a Berlino. Altre gallerie d’arte contemporanea degne di nota sono Aiurart ; H’art, che ha una seconda sala H’art Appendix in Calea Victoriei, la “spina dorsale” del centro di Bucarest; Zorzini . Vi è poi Artmark , (in un palazzo ottocentesco dai bellissimi interni) che è galleria ma soprattutto casa d’aste: tra le opere esposte, mescolate a memorabilia calcistiche (inclusa la maglia indossata dal tale giocatore nella tale partita, perfettamente incorniciata…), trovo una scultura-assemblage di Spoerri degli anni ’70 (Raccourci), una bella tecnica mista 40×30 cm di Ghenie del 2001 (Enigma), alcuni quadri figurativi interessanti di Şerban Savu (1978) e anche un piccolo studio, matita su carta, di Nicolae Grigorescu (1838-1907) che è stato il più grande pittore romeno dell’Ottocento, formatosi in Francia alla Scuola di Barbizon.

A questo proposito, segnalo anche che al Museo dei Collezionisti d’Arte — creato nel 1978 e basato sulle grandi collezioni private confiscate dallo Stato all’epoca dell’insediamento del regime comunista (rinnovato poi nel 2003 con un nuovo allestimento) — è in corso fino al 30 aprile la mostra Pittura romena (1875-1945) dalla Collezione della Fondazione Bonte. Una sessantina le tele esposte (in generale di non eccezionale interesse) di alcuni tra i maggiori pittori romeni attivi nella prima metà del XX secolo, tra cui lo stesso Grigorescu (bello il piccolo Vaso con fiori di primavera), Ştefan Dimitrescu (1886-1933 — bello un suo Nudo) e Ştefan Popescu (1872-1948), di cui è esposto un cezanniano Paesaggio con alberi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Proteste in Romania 2, cronaca di un evento annunciato

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Domenica pomeriggio, scorrendo sulle pagine facebook di alcuni dei gruppi fautori della protesta, leggo che in serata è prevista un coreografico evento chiamato “tricolore umano”.

tricCondivido questa informazione sulla chat degli amici, chiamata Fellini Group –La famiglia (perchè quando si è lontani migliaia di km dagli affetti è bene farsene una anche qui), e la nostra di Bucarest è fantastica.

Qualcuno  è entusiasta di partecipare, altri un po’ meno, qualcun’altro si interroga su dove andare a mangiare.

Giustamente, l’idea di stare fermi al gelo e pure a stomaco vuoto non è delle migliori, ma una volta stabiliti gli itinerari il problema si risolve.

Raffaele vorrebbe venire ma, ahimè è troppo lontano. Andrea alla fine si mette in “modalità divano” e se ne sta a casa.

Il nostro colore sarà il blu, visto che veniamo tutti dalla zona nord di Bucarest. Scarichiamo l’applicazione  che viene suggerita dal gruppo Corupţia Ucide, soluzione preferibile al cartoncino colorato, così una mano può restare in tasca!

Il momento clou sarà alle 21. Il nostro appuntamento è alle 20,20 sotto il monumento ai Caduti dell’Aria. Marco e Zhainar sono in ritardo, è difficile trovare parcheggio. Dieci minuti di attesa sono sufficienti per rendersi conto di come sarà il resto della serata, siamo già a -7.

Sulle strade che conducono alla centralissima Piaţa Victoriei incontriamo poche forze dell’ordine, è evidente il clima pacifico. Due grossi camion della Jendarmerie, uno di fronte all’altro,  permettono l’accesso solo ai pedoni. Una misura necessaria, non sia mai detto che a qualche pazzo venisse in mente di emulare i fatti di Nizza…camion.JPG

La piazza è gremita. Sulla destra le parabole delle televisioni, giornalisti incappucciati e cameramen appollaiati sui cestelli degli elevatori.

La miscellanea dei manifestanti è molto variegata,giovani, anziani, bambini  che giocano con le bandiere e neonati nei marsupi. In Romania si va a protestare in famiglia, cani compresi quando ci sono. E’ questo il Popolo.

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Ma la maggior parte è costituita da giovani, diciamo quarantenni, ovvero quelli che hanno avuto modo di rendersi conto, magari viaggiando, che è possibile avere un paese migliore. Il dover “andare all’estero” deve restare una scelta, non un obbligo. Destini comuni.

Centinaia di volontari continuano a distribuire i fogli colorati, specificando i luoghi di raccolta, dove a manifestazione finita, dovranno essere lasciati.

I manifesti hanno slogan originali e pungenti.

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Manca poco alle 21, fa un freddo cane, nonostante i guanti ho le dita ghiacciate e non riesco a fare foto col cellulare, ghiacciato anche quello, in borsa. Per fortuna Marco è venuto munito di macchina fotografica (e calzamaglia, beato lui) e queste foto sono le sue.

Hoṭi (ladri) e demisie (dimissioni) sono le parole che rimbombano su tutta la piazza, insieme agli strumenti a percussione.

Poi alcuni segnali acustici avvertono che è arrivato il momento di azionare i telefonini, e per qualche minuto la piazza si accende di rosso, giallo e blu.

Finito questo, tutti, ma proprio tutti intonano l’inno nazionale, e sentirlo cantare da migliaia di persone provoca una certa emozione. Deșteaptă-te, române, din somnul cel de moarte, În care te-adânciră barbarii de tirani! Risvegliati, romeno, dal sonno della morte,al quale ti hanno sprofondato i barbari tiranni.

Se penso al mio, mi viene in mente solo lo stadio…

E’ arrivato anche Amato, che data l’altezza non ha faticato a trovarci, e finalmente possiamo dirigerci presso uno dei punti di ristoro, dove  giovani volontari  continuano a versare bidoni di tè gratuito nei samovar. E’ bollente,che sollievo.Ci vengono offerti anche biscotti alla cannella.

E’ ora di andare,e intirizziti torniamo tutti a casa. E già nel taxi vedo sui siti dei notiziari rumeni la foto del tricolore, un’immagine che entrerà a far parte della storia di questa nazione. C’ero.

 

 

 

Proteste in Romania

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Mentre scriviamo, nonostante nevichi, è ancora in atto una protesta che ormai dura da oltre una settimana e che vede centinaia di migliaia di persone scendere nelle principali piazze della Romania e non ( la diaspora in altre capitali d’Europa non se ne sta lì a guardare).

Il motivo di questa grande protesta è stato inizialmente l’abrogazione di un decreto  legge, discutibile, che avrebbe visto molti membri autorevoli del Governo scagionati del reato di corruzione. Un decreto legislativo firmato in un battibaleno a tarda notte. In un certo senso questo veloce sistema ci ha ricordato quello che si faceva nei tempi del comunismo, quando si andava a letto incensurati, per poi scoprirsi la mattina  colpevoli di qualche reato sul quale avevano legiferato solo poche ore prima. E la notizia veniva data direttamente dalla Securitate che veniva a prelevare i malcapitati alle prime luci dell’alba.

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Nel caso di oggi, se la legge fosse andata in vigore, molti politici avrebbero visto improvvisamente depenalizzati i loro reati di abuso d’ufficio e altri reati di corruzione.

Una beffa, per far passare questa azione come un’ inevitabile misura per svuotare le carceri, ormai troppo affollate. Come già detto in passato, il sistema penale in Romania è molto severo, si va in carcere per reati davvero minori, come la guida senza patente. Molte mamme si trovano in prigione per aver rubato per sfamare i figli. Ma accanto a questi ci sono tanti politici o persone in qualche modo importanti…Perchè se si commette un reato si finisce dritti dentro, qui!

Ma la Romania è uno dei paesi più corrotti d’Europa e la DNA (Direcţia Naţională Anticorupţie ) ogni giorno ha il suo bel da fare. Ed il popolo rumeno è un popolo che si indigna!

Ecco quello che traspare ai nostri occhi di straniere, una lezione di democrazia, da un paese che, a differenza di tanti altri, l’ha ottenuta dopo e a caro prezzo. E non intende rinunciare a questo che è l’unico strumento per aspirare a una vita migliore.

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Negli ultimi anni abbiamo visto ben tre volte proteste, quelle vere, non quelle dei social network.

Manifestazioni pacifiche, in cui sfilano anche le famiglie, mai infestate da squadristi mercenari (tranne una piccola parentesi di Ultras, qualche giorno fa, placata nell’arco di pochissimo tempo).

Nelle elezioni  presidenziali, nel 2014, alla diaspora all’estero non era stato permesso votare a causa della chiusura anticipata dei seggi elettorali. Victor Ponta sapeva di non avere molto ascendente sui quei connazionali. Il romeno ha un grande senso di appartenenza al suo paese; in molti, pur di andare ad esprimere la propria preferenza, avevano fatto viaggi lunghissimi per raggiungere i seggi elettorali. Il popolo si è indignato, migliaia di persone hanno sfilato per le strade principali per giorni , con il risultato che tutto questo scontento ha finito per…far vincere l’avversario, che stando ai risultati del ballottaggio non era favorito.

Un anno fa, dopo la tragedia del Collectiv, di nuovo proteste contro un sistema di mazzette, che impediva la chiusura di molti locali privi di sistemi di sicurezza e che in seguito aveva portato in evidenza la pessima situazione sanitaria in regime di urgenza. Ed anche qui, conseguenza della manifestazione, è stata la consegna delle dimissioni del Primo Ministro!

Quello che succederà adesso non si sa, non è un nostro argomento, per questo esistono i media, ma siccome lo scopo è quello di far conoscere la Romania, vedere un popolo, stretto sotto la propria bandiera, andare contro i poteri forti fa sorgere spontanei ed inevitabili  paragoni…

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Chi fosse interessato a visite guidate di Bucarest o della Romania può contattare Ursula.

Terremoti in Romania

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In tutti i libri che raccontano la storia di Bucarest c’è sempre un capitolo sulle calamità naturali che hanno colpito la città nel corso dei secoli. Prima fra tutte il terremoto.

Non sappiamo quante guide ne parlino, e se qualcuno si preoccupi di verificare la sismicità di un paese che va a visitare. Forse dopo quelli accaduti in Italia, si è maggiormente sensibili. Una frase detta e ridetta, ma che fatica a entrare nell’immaginario collettivo, è che il terremoto non uccide, a questo pensa l’opera dell’uomo.

E se si viene a Bucarest è meglio saperne di più.

Per esempio gli ultimi due a essersi sentiti in città sono stati a settembre e alla fine di dicembre 2016, entrambi di 5.3 Richter. L’epicentro è sempre in Vrancea, la zona più sismica della Romania, i terremoti si producono in profondità (tra 60 e 220 km) e si sentono anche a molta distanza dall’epicentro (Bucarest si trova lontana 130km).

Il primo terremoto a essere stato registrato nella storia della città risale al 1681. Da allora, con una cadenza costante, in ogni secolo ce ne sono stati di media una decina di media e grande intensità. I peggiori (sopra i 7 Richter) sono stati: 1802 (magnitudo stimata tra 7.9 e 8.2), 23 gennaio 1829 (7.3) riportato nelle cronache per il fatto che moltissimi edifici crollarono ostruendo intere strade e il termomentro segnava -11°C, 1838 (7.5), 1893 e 1894 (7.1). Nel secolo scorso: 1908 (7.1), 1940 (7.4), 1977 (7.2, durato quasi un minuto) e 1986 (7.1).

Tra questi ultimi, ancora vivo nel ricordo di tutti è quello del ’77  con 35.000 case distrutte in tutto il paese mentre a Bucarest le vittime furono circa 1400.

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L’evento fu sfruttato da Ceausescu per far piazza pulita di molti edifici storici e creare una nuova città comunista sul modello di Pyongyan (bell’ispirazione!).Tutto ciò che venne edificato da quel momento fu in cemento armato e con severi criteri antisismici.

Il problema oggi è che molte costruzioni rimaste in piedi all’epoca potrebbero crollare al prossimo terremoto. A tal proposito è stata realizzata una mappa che non si limita alla zonizzazione sismica, ma elenca e classifica tutti gli edifici in base al rischio. Molte costruzioni risalenti a prima della seconda guerra mondiale e i palazzi degli anni ’60 si sono visti attribuire un “bollino rosso”, con vari gradi di rischio, a seconda delle condizioni strutturali. Sulla mappa tutti possono verificare la sicurezza di un edificio semplicemente inserendone l’indirizzo. Bucarest è la prima capitale d’Europa ad averne redatta una.

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Putroppo, non di rado, può capitare che i locali più frequentati e alla moda si trovino all’interno di questo elenco, ma attratti dalla bella musica e dalla folla si tenda a dimenticarsene. Evitate il bollino rosso!

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Nessun allarmismo, ma un consiglio a guardarsi intorno, e memorizzare sempre le uscite di sicurezza! Non solo dei locali, ma in ristoranti e hotel che siano stati costruiti prima del 1977. Nulla antecedente a quella data è stato edificato con norme antisismiche. Questo vale anche per gli incendi, altra calamità che da sempre affligge Bucarest. Una volta il motivo erano le costruzioni tutte in legno, oggi è la mancanza di rispetto delle norme di sicurezza.

Un articolo recente:

https://medium.com/@decatorevista/a-vulnerable-city-8b6016db71d

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Proprio un anno fa il terribile rogo del Colectiv durante un concerto, con 64 morti e appena tre giorni fa quello del Bamboo, la discoteca più spettacolare della città.

Chi fosse interessato a visite guidate di Bucarest o della Romania può contattare Ursula.

Cioccolata Rom, una dolce storia di successo.

romIn questi giorni di cronaca di fine annunciata della caramella Rossana, mi viene in mente di raccontare una simpatica vicenda che ha per protagonista la Barretta Rom. E’ lo snack più rumeno ed antico di tutti, e persiste tenacemente su tutti gli scaffali dei negozi della Romania.
Nata nel 1964, come figlia della ben più remota Fabbrica Kandia (1890), era l’unica merendina presente sul mercato durante il comunismo, ed ha alimentato intere generazioni.
Rom, sta per Romania, ma anche per rum. L’interno è farcito da un golosissimo caramello appena aromatizzato al rum che ricorda il sapore dei dolci austroungarici, quelli con lo Stroh.
cioccSulla confezione il tricolore della bandiera rumena.
Ovviamente, per uno snack così semplice, dopo il crollo del comunismo e l’apertura ai mercati stranieri, la sopravvivenza era diventata molto difficile.
I vari Mars, Twix, Bounty avevano finito con l’invadere i neonati supermercati e suscitare maggiore interesse soprattutto per le nuove generazioni.
La fabbrica rischiava il fallimento e sarebbe finita così la storia del cioccolato rumeno.
Ma qualche anno fa, una trovata, geniale, della Mccan Erikson (quella di..per tutto il resto c’è Mastercard) ne ha cambiato radicalmente il destino.
Di punto in bianco, l’azienda ha ritirato tutte le barrette in commercio e ne ha cambiato la confezione, sostituendo la bandiera rumena con quella americana, lasciando immutata la scritta ROM. In contemporanea veniva mandato in onda uno spot dove uno yankee in giacca e cravatta spiegava che il restyling serviva a rendere il prodotto più appetibile e che il popolo rumeno doveva esserne fiero. Che come impatto psicologico suonava : “Volete paragonare il grande sogno americano alla sfigata Romania”?
Nel giro di un paio giorni si scatena l’istinto patriottistico della popolazione.
Reti nazionali che intervistano persone scandalizzate dalla commercializzazione di un simbolo del paese, il sito internet dell’azienda nonché la sua pagina facebook vengono sommersi da migliaia di commenti di nuovi paladini dell’onor di patria, decine di post su blog personali e video su youtube vengono realizzati per combattere il neocolonialismo americano, e addirittura un flashmob.
Dopo una settimana, un nuovo spot, con lo stesso yankee svela l’arcano, si trattava di uno scherzo, l’incarto della barretta sarebbe tornato quello di prima.
Ma la macchina mediatica era ormai partita, talk show, programmi televisivi, per non parlare del social network…
Viene lanciato l’inno della barretta, dove cittadini comuni vengono reclutati a cantare in pieno stile “We are the world”. Insomma la vicenda ha raggiunto quasi il 70% della popolazione ed ha generato una pubblicità gratuita pari a 300.000 euro.
Le vendite sono riprese vertiginosamente e Rom ha riacquistato un posto d’onore sul mercato.
Nel video a seguire il fenomeno viene illustrato.


E la Mccan si è aggiudicata il premio del Festival della Creatività di Cannes (annuale competizione tra pubblicitari).
L’azienda rumena ha continuato ad investire in spot  molto divertenti, usando come slogan: “Rom, sensazioni forti rumene”. Rievocando ironicamente le immagini dei sequestri della Securitate, come in questo.


Oppure richiamando le grottesche melodie delle Manele (canzoni zingare, fortemente osteggiate dagli strati intellettuali).


E’ un simpatico souvenir ed è il mio pranzo del dopo palestra, Ursula continua a preferire una banana e l’Ayran, de gustibus….

Gli “zampognari” romeni, tradizioni natalizie.

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Si sentono arrivare da lontano per il fracasso di tamburi, bastoni, campane e fischietti, avanzano danzando in gruppo, alcuni travestiti da orsi, altri suonando, altri battendo il suolo coi bastoni.

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Eseguono una danza ancestrale che ha origine dal culto geto-dacico dell’orso, considerato un animale sacro perché legato ai ritmi della natura. L’orso che va in letargo in inverno (ed è capace di vincere il freddo) e si risveglia a primavera rappresenta il ciclo delle stagioni, la morte e la rinascita, l’arrivo di un anno nuovo.  E’ anche dotato della virtù di allontanare il male e di guarire.

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Jocul ursului, o dansul ursului, si celebra soprattutto in Bucovina, dove assume le dimensioni di una festa di paese, ma anche a Bucarest è facile vederlo e gli spettatori ricambiano i danzatori con una piccola offerta in denaro, grappa, vino o cibo.

Gli uomini travestiti da orso (un tempo erano veri orsi  ammaestrati) danzano, simulando la vita libera che hanno in natura, le loro pelli sono adornate di nappe rosse e borchie,  sono preceduti da un “capitano”, un domatore d’orsi, e accompagnati dai suonatori di tamburi e da coloro che battono il terreno con lunghi bastoni, lo scopo è quello di sprigionare il calore che si cela sotto terra e farlo uscire per rendere la terra più fertile per la primavera che verrà.

Buon anno!

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Chi fosse interessato a visite guidate di Bucarest o della Romania può contattare Ursula

 

Cosa si mangia in Romania?

mancare-romaneascaLa domanda giusta è: “Quanto si mangia in Romania”?

Tanto, si mangia tanto! E’ difficile uscire indenni da un pasto completo. A volte credo sia in atto una specie di legge del contrappasso, dopo tanti decenni di fame.

I generi di prima necessità c’erano,ma non tutti i giorni e quando arrivavano prevedevano ore ed ore di coda con tessera, per avere il quantitativo stabilito dal sistema.

La cucina rumena risente molto del clima freddo, motivo per cui è abbastanza calorica, ma quando la temperatura scende sotto lo zero, cosa che accade spesso nei lunghi inverni, un cibo così diventa molto confortevole.

Tra gli antipasti primeggiano la zacusca (una specie di ratatouille fatta in casa),

 

la salata de vinete (purè di melanzane), e la salata de boeuf (insalata russa).

 

 

La prima portata solitamente è la ciorba (minestra), che può essere con verdure, polpette, pollo, fagioli, ma la più tipica è di burta, di trippa. Tutte sono rigorosamente accompagnate da smantana (panna acida) e peperoncino piccante, da mangiare a morsi, non opzionabile a -10/-15gradi, è l’organismo che lo richiede!

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Il piatto principale è costituito da carne, di tutti i tipi, e in alcuni ristoranti si può trovare anche quella di orso.  Molto particolari sono i Mititei o mici (piccoli), lunghe polpette a cilindro, parecchio aromatizzate e cotte sulla griglia, di cui i rumeni sono ghiotti e si trovano in tutti i ristoranti e fiere. Con questi sono fondamentali la senape e i muraturi (sottaceti)

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A questi si aggiungono il Ciolan (stinco di maiale), i ficatei (fegatini di pollo) e la tochitura (spezzatino),

piatti che si accompagnano con la mamaliga (polenta) o patate, al forno o in tegame.

 

Il piatto nazionale che non manca mai in un pranzo che si rispetti è composto dalle Sarmale (carne e riso avvolti in foglie di verza conservata sotto sale).

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Non c’è un grande assortimento di formaggi. Questi si dividono in due specie, telemea e cascaval. Il primo, molto simile alla feta, è sia fresco che maturo e può essere di pecora, di mucca e talvolta di capra, si trova anche alle erbe,ecc.

Il secondo, a pasta dura, simile al nostro Galbanino, è di tre tipi,Dalia, Rucar, Sofia. Si trova anche affumicato, e assomiglia alla nostra scamorza.

Romanian Cheeses (left to right: Cas, telemea, Urda)    cascaval

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Tipico delle zone montane è il Burduf, molto saporito, si mangia con la polenta e viene venduto avvolto in una corteccia di abete.

 

 

A conclusione del pasto non può mancare un bel Papanasi, una specie di krapfen fritto , nel cui impasto si mette anche il formaggio. Si serve con una invitante copertura di smantana e confettura di amarene.

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Pofta Buna!

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La lingua rumena

limba_romanaLa lingua rumena viene parlata da circa 24 milioni di persone in Romania, Moldavia, ed in alcune zone della Serbia, Ucraina,Bulgaria ed Ungheria.

Ma è la seconda lingua più parlata negli uffici Microsoft….pare che quest’ultima abbia attinto abbondantemente in questo paese nel reclutamento del personale, visto che la tecnologia informatica la pone al primo posto in Europa insieme alla Svezia.

E’ una lingua romanza o neolatina, ma con un percorso diverso rispetto alle altre.

La Dacia, istituita sotto Traiano è uno degli ultimi territori conquistati dall’Impero Romano.

colonnaLa colonna di Traiano, racconta come una pellicola cinematografica a spirale la storia di questa invasione,(Al Museo di Storia Nazionale di Bucarest ne esiste una copia esatta, con la spiegazione di tutte le scene, veramente interessante).

Roma,non imponeva la propria lingua ai popoli colonizzati,ma erano questi che spontaneamente si adattavano gradualmente al latino per ottenere la cittadinanza romana. Le province della Dacia erano luoghi di frontiera soggetti a continue guerre e così,nel 271 i romani si ritirarono da questo territorio.biblia-de-la-bucuresti-(1) Successivamente esso fu soggetto a delle nuove invasioni, questa volta da parte di slavi, turchi e magiari. Il rumeno è perciò una lingua romanza sviluppatasi in un ambiente alloglotto senza legami con il resto della romanità e privo del dominio diretto della chiesa cattolica romana. Il popolo rumeno è l’unico popolo latino di religione ortodossa. La lingua erudita/ecclesiastica era lo Slavone, un rumeno con caratteri cirillici.

Della dominazione dell’Impero romano resta il nome della nazione,  Romania, un’isola di latinità sopravvissuta nell’Europa Orientale, e una lingua che ha nel suo lessico oltre il 70% di parole di origine latina.

Il resto sono termini di origine slava, turca ed ungherese.

Anche se di primo acchitto non si direbbe, è molto vicina all’italiano, se ci si ragiona.

La prima frase che ho imparato, dopo quelle d’obbligo (per favore, grazie, buongiorno e buonasera)è stata nu intelleg, non capisco, dal latino intelligere.

„Per favore”si dice va rugam, dal latino rogare, chiedere, pregare.

Il lei viene tradotto con la lunghissima formula domneavoastra, signoria vostra,residuo quasi medievale….

Ecco,se si fa attenzione e se si ha la fortuna di ricordare un po’ di latino (il problema è che nessuno se lo ricorda), molti vocaboli sono facilmente comprensibili.

La grammatica rumena ha alcuni aspetti che la rendono diversa dalle lingue romanze occidentali moderne. Ha tre generi: femminile, maschile e neutro.

L’articolo determinativo si mette alla fine del sostantivo. Cafe diventa cafea.

L’alfabeto rumeno è derivato dai 26 caratteri del latino, ai quali si aggiungono 5 caratteri speciali riportanti segni diacritici (â ă î ș ț).

Non ha consonanti doppie. E questo comporta notevoli difficoltà per i rumeni che si avvicinano alla nostra lingua. Motivo per cui ci si trova di fronte a divertenti menù italiani che propongono “burratta”, “parmiggiano”o “salsice”.

La cosa curiosa è che vi è una forte similitudine con il dialetto del nostro centro-sud,e non solo nei termini, ma anche nella costruzione delle frasi. Ed essendo io abruzzese, questo mi ha facilitato non poco l’apprendimento.

A tal proposito si racconta questo divertente aneddoto.

Un rumeno va a lavorare nella campagna abruzzese, al suo rientro i compatrioti gli chiedono quali sono state le difficoltà nella lingua. Questi risponde : “Nessuna, gli italiani parlano il rumeno, lo parlano male, ma lo parlano”.

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Cosa comprare in Romania

Spesso mi diverto, controllando le statistiche di questo blog, a vedere quali sono le parole chiave che una volta  inserite in Google  portano  a visitare queste pagine. Ce ne sono di divertentissime, come “vecchia stufa rumena in ceramica”, oppure “abito da sposa rumeno”, ma le più frequenti in assoluto sono “Dracula”(non avevo dubbi) e “cosa comprare in Romania”.

Ecco, è bene spendere due parole per quello che riguarda lo shopping in Romania.

Tralascio i negozi di souvenir, dove la “paccottiglia” a tema Dracula, a mio avviso, serve solo a ad intasare le scrivanie…

Vediamo quali sono le cose veramente tipiche.

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Prima tra tutte la ie, ovvero la tradizionale camicetta rumena. Indumento preferito della Regina Maria, che era solita portarla nelle occasioni ufficiali. E’ stata resa famosa da Henry Matisse, nel suo dipinto del 1940, che a sua volta ha ispirato Yves Saint Laurent, Jean Paul Gaultier e Tom Ford che ne hanno dato una propria versione.

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Ha una storia antichissima, può essere di lino o cotone, ed è ricamata a mano. I disegni rappresentano dei simboli magici che, cuciti con precisione ad ogni punzonatura avevano lo scopo di proteggere chi indossava la camicia dagli spiriti cattivi, dagli incantesimi, e dalla malasorte. E’davvero carina.

La si può trovare, oltre che nei negozi di souvenir (a prezzi maggiorati), nei mercatini, come ad esempio quello sul retro del Muzeul Taranului, che c’è ogni fine settimana.

Altra cosa da comprare è la marmellata di prugne (magiun de prune), la Topoloveni, una vera roba da intenditori.  Al 100% naturale, senza zuccheri aggiunti e senza additivivi.E’ l’unico prodotto romeno in possesso della certificazione europea “Indicazione Geografica Protetta”, preparata secondo una ricetta  vecchia di 100 anni, tramandata di generazione in generazione. Ha ottenuto molti riconoscimenti  all’estero, grazie alle sue qualità,  ed è stata inoltre inserita nella lista di alimenti che possono essere richiesti da qualsiasi truppa Nato del mondo.

Topoloveni, brand romanesc cu traditie

La Fabbrica di Topoloveni propone una vasta gamma di varietà di confetture, dolcificate con succo di mele biologiche, tra cui quelle di rapa tedesca, fragole, amarene, mirtilli, ribes, noci verdi o fiori di acacia.Si trova nei supermercati, nei negozi biologici, o nel punto vendita di Bulevardul Carol 1.

Altra cosa tipica è la ceramica di Horezu, e la cosa migliore sarebbe proprio andare ad Horezu, a meno di 200 km da Bucarest. E’interessante vedere i vasai che impastano l’argilla, modellano e dipingono le loro creazioni dalle tonalità brillanti del rosso, verde, marrone e blu.

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La si trova nei mercati, primo fra tutti Bucur Obor (il più grande di Bucarest) oppure al Muzeul Satului.

SAM_2514 Tuica de MarmuresE poi la Tuica (pronuncia Zuica), il tradizionale distillato di prugne, molto popolare in Romania, considerato che il 70% del raccolto viene impiegato per la sua produzione. Si usa per iniziare i pasti, oppure la si può gustare calda con zucchero e pepe in grani per combattere il freddo. Ma attenzione, può veramente stendere al tappeto, dato l’elevato tasso alcoolico.

La si trova nei supermercati oppure, nei mercatini (targuri), a volte anche fatta in casa.

vinuriE dolcis in fundo…i vini!  I vini rumeni sono davvero eccellenti, forse non troppo pratici da mettere in valigia, ma per fortuna, una vasta scelta la si trova anche in aeroporto, ovviamente a prezzi un po’più alti (ma non troppo). E’bene portare a casa una bottiglia di Feteasca Neagra o Chardonnay de La Cetate, un Merlot de Lacerta, o qualsiasi vino di Dealu Mare (Collina Grande),e perchè no, un Purcari della vicina Moldavia! Quest’ultimo è il preferito della Regina Elisabetta, che ogni anno ordina 1000 bottiglie di Negru de Purcari, il più pregiato.

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